Monkey Man

di Giulia Pugliese

Tutti qui adoriamo un solo Dio: la sacra rupia” Tiger (Sharlto Copley)

Dev Patel, l’attore di The Millionaire (2008), Lion (2016), The Green Knight (2021) e La meravigliosa storia di Henry Sugar (2023), decide di passare alla regia in un action adrenalinico, dove la grande protagonista è l’India e le sue disuguaglianze. Da subito ci fa capire che il suo riferimento è la saga di John Wick. Kid (Dev Patel), di giorno è uno dei tanti poverissimi che vivono le strade di una non ben definita metropoli indiana, di notte diventa Monkey Man, combattente di incontri clandestini, pagato per perdere. La scelta del personaggio si ispira alla storia di Hanuman, l’uomo scimmia del poema epico indiano Ramayana, che da piccola scimmietta diventerà divinità.
La madre (Adithi Kalkunte) di Kid gli raccontava la storia di Hanuman e sarà proprio lei che il ragazzo dovrà vendicare. Uccisa in un incendio appiccato dalla polizia per espropriare dei territori boschivi per costruire la fabbrica di un importante santone/imprenditore Baba Shakti (Makarand Deshpande), invischiato con la politica e la corruzione. Da qui il complicato piano di farsi assumere e ottenere la fiducia di Queenie (Ashwini Kalsekar), proprietaria del Kings, hotel di lusso, e del suo tirapiedi Alphonso (Pitobash Tripathy) per avvicinarsi al capo della polizia Rana (Sikandar Kher) e a Baba Shakti che lo frequentano.

Dev Patel si vede chiaramente che ha fatto i compiti a casa ed è arrivato preparato al passaggio dietro la macchina da presa, infatti ha avuto la fortuna di lavorare con registi come Danny Boyle, David Lowery e Wes Anderson e avuto come produttore del film, Jordan Peele. Sceglie una regia in linea con l’action movie (camera a mano, traballante che segue i corpi durante i combattimenti, carrellate strette sui personaggi, corse in macchina, luci al neon blu e rosse), a cui però intervalla scelte molto personali (creare un ossimoro tra i ricordi intimisti della madre con le scene di violenza, inquadrature sbilenche durante le scene dei combattimenti e nei momenti in cui spia i vari personaggi che frequentano l’albergo e la scelta della musica). Il regista costruisce una messa in scena interessante e ben costruita, che rende il film maggiormente autoriale rispetto ai soliti revenge movie e godibile anche ai non amanti del genere.

La sceneggiatura, semplice, ma solida e ben scritta che racconta una storia, già sentita, come quella di un figlio che vuole vendicare sua madre, si presta alla complessità delle scelte stilistiche e al grande racconto dell’immaginario dell’India moderna piena di disuguaglianze, violenza, tra tradizione e modernità. La scelta vincente del film è tributare questa: le sue storie, la sua gente e la sua industria cinematografica, quasi tutti gli interpreti sono divi di Bollywood. Un vero atto di generosità e amore che Dev Patel fa all’India e al suo cinema.

Parlare di India, senza toccare il problema delle caste, delle disuguaglianze e della corruzione, sarebbe stato manchevole, il film trova la sua rivitalizzazione nell’analisi di una società, dove ai molti resta poco, pochissimo, mentre i pochi si prendono tutto. Kid come un moderno “accattone” indiano, può ambire solo alla sua vendetta, ma non potrà mai sedersi al tavolo di chi decide e di chi ha, “loro neanche ci vedono, si godono la vita e noi incastrati qua giù” dice Kid attraversando le strade della città piena di povertà e persone che non hanno nulla. I tanti che subiscono vessazioni, soprusi e vengono relegati a paria, come i monaci transessuali del tempio di Shiva che subiscono la violenza e l’esclusione, che si occuperanno di Kid quando è ferito e l’aiuteranno a compiere la sua vendetta, perché in lui rivedono un’emarginato proprio come loro. La violenza fisica nell’opera è molto presente, Kid diventa Monkey Man picchia e viene picchiato, mentre una folla di persone guarda, fischia e applaude. Tuttavia quello che fa più male sono proprio queste disuguaglianze, queste continue vessazioni e l’impossibilità di metterne fine.

Monkey Man è troppo simile a John Wick, tra hotel di lusso, dove avvengono atti illegali, cani, quadri, vetrate ed a un certo punto del film nella scena in cui Kid compra la pistola, viene pure citato “Ti piace John Wick?“, il “commerciante” d’armi gli chiede prendendo la pistola del calibro del film. John Wick volenti o nolenti è una saga importante nella cinematografia moderna, tuttavia perché uno dovrebbe vedere la copia in salsa curry, se può vedere l’originale?

Alla fine il protagonista prende consapevolezza di sé e intraprende un vero e proprio viaggio dell’eroe e lo fa nel momento in cui decide che non vuole più stare agli ordini di nessuno, infatti Monkey Man smette di perdere e diventa l’idolo delle folle, come la sua fonte d’ispirazione Hanuman. Ma come gli dice Queenie all’inizio del film “non va mai bene per chi non sa stare al suo posto.”
La scena del combattimento finale entusiasma gli animi degli spettatori amanti del picchia tutti, tuttavia rimanere nei temi sociali avrebbe portato beneficio al film ed è quello che lo differenzia da tutti gli altri revenge movie. Il prossimo film consigliamo a Dev Patel più Parasite, meno John Wick.

Informazioni su Giulia Pugliese 16 Articoli
Giulia Pugliese Scrittrice Educazione 2011 - Master in EUC Group & CEERNT European Project 2006/2010 - Laurea triennale in Cooperazione allo sviluppo Esperienze lavorative 2024 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online Odeon 2023 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online I-Films 2022/2023 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online Long Take Premiazioni Vincitrice del concorso di scrittura per la critica cinematografica over 30 indetto da Long Take Film Festival quinta edizione - 2023
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