DIAZ – Don’t Clean Up this Blood

Foto da Diaz – Non pulire questo sangue di Daniele Vicari: il film sul G8 di Genova 2001 che ricostruisce il massacro della scuola Diaz con uno sguardo corale, potente e civile, tra memoria storica, denuncia e cinema politico italiano. tutto su OdeonBlog.it

di Biagio Prontera

Quattordici anni dopo la sua uscita, Diaz di Daniele Vicari resta uno dei film più difficili del cinema italiano contemporaneo. Ambientato durante il G8 di Genova del 2001, il film ricostruisce l’irruzione della polizia nella scuola Diaz-Pertini, trasformata per una notte in un mattatoio istituzionale ai danni di manifestanti pacifici, giornalisti e semplici cittadini che lì avevano trovato rifugio. Quello che colpisce ancora oggi è la capacità di Vicari di trattare un evento storico recentissimo, e ancora bruciante nella memoria collettiva italiana, senza scadere nel didascalico né nel pamphlet politico.

Il film sceglie una struttura corale e frammentata, alternando i punti di vista di diversi personaggi nelle ore precedenti l’irruzione, per poi farli convergere nell’incubo della notte tra il 21 e il 22 luglio. È una scelta narrativa singolare (che a me è sempre piaciuta), dove sta allo spettatore quel lavoro di ricomposizione. La fotografia di Gherardo Grossi restituisce perfettamente il caos e l’imprevedibilità di quegli eventi. La sceneggiatura ha il pregio di non mostrare un racconto lineare e rassicurante.

L’attenzione mediatica riservata al film, all’epoca della sua uscita, fu notevole. Diaz infatti arrivò in un momento in cui il G8 di Genova era ancora un nervo scoperto nel dibattito pubblico, con processi in corso e responsabilità politiche mai del tutto chiarite. Il film fu accolto come un atto di denuncia coraggioso, capace di riportare al centro dell’attenzione pubblica una vicenda che le istituzioni avrebbero preferito archiviare. La presentazione al Festival di Berlino, dove vinse il Premio del Pubblico, contribuì a dare al film una cassa di risonanza internazionale che il solo mercato italiano difficilmente gli avrebbe garantito, e portò inevitabilmente con sé anche polemiche e tentativi di ridimensionarne la portata da parte di chi in quella notte aveva responsabilità dirette.

Sul piano attoriale, Diaz è ci mostra un vero e proprio equilibrio corale: non esiste un solo protagonista, ma un mosaico di interpretazioni che reggono il film proprio nella loro disomogeneità di registro, che rispecchia la disomogeneità dei punti di vista narrativi. Elio Germano, nei panni del giornalista, porta in scena una rabbia che trattiene a stento e che esplode solo nei momenti di maggiore violenza fisica. La sua prova (anche fisica) durante le sequenze del pestaggio resta tra le più scioccanti mai girate nel cinema italiano recente. Claudio Santamaria, dall’altra parte della barricata nei panni di un poliziotto coinvolto nel massacro, con il suo personaggio mostra con sottigliezza la zona grigia dell’obbedienza criminale: lo spettatore non lo assolve, ma non lo considera “il cattivo”. Gli attori chiamati a impersonare le vittime, molti dei quali meno noti al grande pubblico, restituiscono con un naturalismo quasi documentaristico il terrore e l’incredulità di chi si trova travolto da una violenza inspiegabile e sproporzionata. La scelta di non concedere mai un attimo di sollievo allo spettatore, di filmare la violenza nella sua durata reale e nella sua brutalità fisica. La sofferenza è vera e si trasmette da una parte all’altra dello schermo. Diaz non è un’opera che si possa definire semplicemente “bella”: è un’opera scomoda, costruita con la consapevolezza che il cinema può ancora avere una funzione civile quando si rifiuta di addomesticare la realtà.

«Dopo la sentenza di primo grado che assolveva i vertici della Polizia, con Domenico Procacci abbiamo avvertito l’urgenza di capire. Una volta letti gli articoli e visti tutti i documentari, ci siamo resi conto di quanto questo non bastasse. Serviva una chiave di lettura, qualcosa che fosse all’altezza dell’accaduto: la Diaz somiglia a un atto di guerra e come nelle guerre abbiamo rintracciato i destini incrociati e la pluralità delle esperienze.»

(Conferenza di Vicari al Bif&est, articolo di Antonio Di Giacomo su la Repubblica, 25 marzo 2012.)

Il merito di Vicari è stato quello di restituire dignità cinematografica a un evento che rischiava di rimanere confinato nelle aule dei tribunali e negli archivi giornalistici, trasformandolo in un’esperienza collettiva capace di generare ancora, a distanza di anni, disagio e indignazione.

Informazioni su Biagio Prontera 13 Articoli
Nato a Gagliano del Capo nel 1985, cresce tra le pagine di Stephen King e le maratone cinematografiche notturne. Laureato in Ingegneria Informatica a Torino, oggi vive a Venosa, la città di Orazio. È il fondatore e curatore della pagina Facebook Italian Kings of the B’s, punto di riferimento per gli amanti del cinema italiano di genere anni '70 e '80. Pubblica su Amazon i volumi di racconti Danza tra le ombre e Il cuore della notte. Ha pubblicato anche Il diario del cinefilo, un taccuino dedicato a chi vive di cinema

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