di Martina Cossia Castiglioni
Dunkirk (2017) è il film più breve di Christopher Nolan (se si esclude l’esordio quasi sperimentale di Following): un’ora e quarantacinque minuti per una sceneggiatura di non più di 76 pagine. È la prima volta che il regista si ispira a un episodio storico, l’operazione Dynamo, grazie alla quale più di trecentomila soldati britannici, accerchiati in ogni direzione dall’esercito tedesco sulla spiaggia francese di Dunkerque, vennero rimpatriati via mare tra la fine di maggio e gli inizi di giugno del 1940, anche con l’aiuto di imbarcazioni civili. Non una vittoria, certo, ma neppure una vera e propria disfatta, poiché moltissimi militari vennero salvati e l’operazione diede in seguito la possibilità alla Gran Bretagna di riorganizzarsi.

Una pellicola in apparenza a sé stante nella filmografia del regista, ma in realtà profondamente nolaniana. La trama si sviluppa su tre linee temporali diverse – corrispondenti ad altrettanti spazi – che si alternano e talvolta si intrecciano. Una settimana sulla terra (la spiaggia e il molo) dove le truppe inglesi e il soldato Tommy (Fionn Whitehead) attendono di potersi imbarcare; un giorno in mare sullo yacht del signor Dawson (Mark Rylance), in rotta verso Dunkerque con il figlio Peter (Tom Glynn-Carney) e il giovane George (Barry Keoghan) per venire in soccorso ai militari; un’ora nel cielo per i piloti britannici che combattono i bombardieri tedeschi. Il numero tre ritorna spesso nella pellicola. Tre sono gli aerei nemici che in una delle sequenze iniziali lanciano bombe sui soldati in spiaggia e tornano poi a bersagliare le navi, tre gli spitfire inglesi che combattono in cielo, anche se alla fine rimarrà solo Ferrier (Tom Hardy) a contrastare i nazisti. Un numero che compare sovente in altre opere di Nolan, basti pensare alla trilogia di Batman, o anche solo alle tre parti fondamentali che compongono ogni numero di magia esposte da John Cutter (Michael Caine) in The prestige, quasi un film manifesto nel quale l’arte di eseguire giochi di prestigio diventa metafora del cinema.

Dunkirk è una pellicola di guerra che si allontana, per alcuni aspetti, dai canoni del genere. Mentre la Gran Bretagna («home», casa, come dice il comandante Bolton, interpretato da Kenneth Branagh) sembra così vicina da essere distinta con chiarezza dalla spiaggia, il nemico, al contrario, è praticamente invisibile. I tedeschi sganciano bombe, lanciano siluri, ma non li vediamo mai. I soldati inglesi lottano per sopravvivere a questa minaccia incombente (e nascosta), ed è una battaglia contro il tempo. Non ci sono eroi, ma tante piccole storie sullo sfondo della grande Storia, quella con la esse maiuscola: esseri umani con le loro fragilità, come il militare traumatizzato interpretato da Cillian Murphy; persone spinte dal desiderio di aiutare gli altri come il signor Dawson, che anziché lasciare la propria barca alla Marina, sceglie di partire lui stesso verso la Francia; il pilota Ferrier che combatte finché il carburante glielo permette. Il tutto senza la retorica che spesso caratterizza il cinema bellico.

Non mancano scene di grande impatto visivo, soprattutto le sequenze aere, dove talvolta acqua e cielo si capovolgono e sembrano confondersi. E poi c’è la colonna sonora, sempre molto importante nell’opera del regista, e in Dunkirk forse ancora di più. La musica di Hans Zimmer dà ritmo alle scene, è parte integrante della vicenda. Nelle prime sequenze il tappeto sonoro sembra il ticchettare di un orologio (il tempo, ancora una volta!), poi si intensifica e assomiglia al battito del cuore (il lato umano, sempre centrale nel cinema di Nolan). La musica, quasi incessante, sale e scende di volume e di intensità a seconda della drammaticità delle scene. Non è un caso se questo film ha vinto tre Oscar per sonoro, montaggio e montaggio sonoro. Infine, come sempre, si ritorna a casa. Sul treno che li riporta in Inghilterra, Tommy legge all’amico Alex il discorso di Churchill. E sul volto del ragazzo si chiude la prima, intensa pellicola di guerra di Christopher Nolan.

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