Nolan tra due epopee: la Storia e il Mito

Oppenheimer di Christopher Nolan tra Storia, colpa e tragedia del genio: l’analisi del film con Cillian Murphy, la bomba atomica e il parallelo con Ulisse.

di Antonio Mangia e Biagio Prontera

Ad un certo punto, nel cinema di Christopher Nolan, la Storia smette di essere sfondo e diventa materia incandescente da maneggiare con precisione chirurgica. Oppenheimer (2023) è esattamente questo: un film costruito sulla fedeltà ai fatti — la corsa al Progetto Manhattan, Los Alamos, il test Trinity, le audizioni della Commissione per l’Energia Atomica — ma che usa un rigore quasi documentaristico come impalcatura cui si attacca qualcosa di molto più inquieto. Nolan si documenta, consulta storici, ricostruisce ambienti e dialoghi con un’attenzione quasi maniacale al dettaglio tecnico: dalla fisica quantistica spiegata senza semplificazioni consolatorie, alla scelta di girare la sequenza di Trinity senza effetti digitali, affidandosi a pratiche analogiche per restituire la potenza reale dell’esplosione. Questo rigore a cui ci ha abituati non è mai fine a sé stesso. È lo strumento con cui il regista guadagna il diritto di entrare nella testa di Oppenheimer senza sembrare arbitrario. A quel punto, il film cambia pelle. Più la ricostruzione storica si fa solida, più Nolan sottrae spazio all’evento e lo cede alla coscienza del suo protagonista.

Il vero centro drammatico non è la bomba che esplode, ma l’uomo che sa — prima ancora di premere l’interruttore — che sta aprendo una porta che l’umanità non potrà più richiudere. Cillian Murphy porta sullo schermo quella consapevolezza con un registro quasi interiore, dosando bene gli sguardi e soprattutto i silenzi: Oppenheimer non è innocente, e Nolan non gli concede la scorciatoia del rimorso postumo. Il peso morale è presente prima di Hiroshima e si accumula lungo tutto il film, dove il protagonista sta già vivendo dentro la propria colpa mentre la costruisce. È questo lo scarto che rende Oppenheimer diverso da un semplice biopic storico: la distruzione non è mostrata come catastrofe spettacolare, ma come possibilità che grava sulla mente di chi l’ha resa reale. Il celebre richiamo al Bhagavad Gita — “Ora sono diventato Morte, il distruttore di mondi” — non è una frase a effetto, quanto la sintesi di un uomo che guarda sé stesso e il mondo andare avanti, ben sapendo cosa ha messo in moto.

E proprio qui c’è un inaspettato legame con il suo ultimo film, L’Odissea. Vari sono gli aspetti comuni che possiamo trovare tra le due ultime opere dirette da Sir Christopher Nolan, Oppenheimer e Odissea. Si evince chiaramente un parallelismo tra le figure di Oppenheimer, interpretato da Cillian Murphy, e di Ulisse, interpretato da Matt Damon. Questo parallelismo si basa sulla tragica lucidità dei due protagonisti, poiché entrambi non sono vittime inconsapevoli degli eventi, ma protagonisti del proprio destino autodistruttivo. Oppenheimer si rende conto della distruzione che ha creato quando scopre dell’avvenuto rilascio della bomba atomica su Hiroshima, mentre Ulisse se ne rende conto quando a Troia gli Achei uccidono centinaia di innocenti incluse donne e bambini (decapitando anche la statua di Athena). Il personaggio interpretato da Murphy è a tutti gli effetti un Ulisse moderno, poiché entrambi sono figure in cui l’ingegno non è un dono salvifico, ma una condanna lucidamente accettata, spingendo il proprio intelletto oltre il limite, consapevoli che la loro intelligenza e astuzia finiranno per bruciare e portare dolore al mondo. Anche dal punto di vista dantesco possiamo ritrovare un’affinità: entrambi non agiscono per ingenuità ma varcano le colonne d’Ercole con gli occhi spalancati; In Oppenheimer la tragedia reale sta nell’aver fatto sapere sin dall’inizio a cosa avrebbe portato la costruzione della sua bomba e nell’Ulisse di Damon nell’aver creato un dolore immenso durante l’assedio di Troia vedendo i crimini atroci arrecati agli abitanti invasi. L’Ulisse e l’Oppenheimer di Nolan incarnano il paradosso tragico dell’hybris, ovvero il genio che comprende l’infinitamente piccolo dell’universo ma ne scopre, con lucida disperazione, la potenza annientatrice. Dunque, il loro percorso è costellato da una consapevolezza interna; il prezzo della conoscenza è la distruzione.

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