Wenders: sono i luoghi che ‘inventano’ le storie

di Letizia Piredda

In un libro curato da Stefano Francia di Celle (*),  W. mette in crisi il primato della trama in un film. Per farlo inizia col porre questa domanda:  cos’è che muove un film?
In genere questa forza, questa energia viene dalla trama.
In effetti il plot ha un ruolo fondamentale nella maggior parte dei film contemporanei, diciamo che è il protagonista assoluto. Tutto il resto si può cambiare: gli attori, il regista, tutto… tranne la trama.
Ma forse ci sono altri elementi in grado di costituire il punto di partenza di un film.
W. introduce il concetto tedesco di Schauplatze che, a differenza del termine inglese locations, ha un significato specifico: posti che ci portano a guardare. Nel linguaggio cinematografico la scelta dei luoghi, locations, intesi come sfondi o scenari avviene con una modalità che non consente in nessun modo il rispetto di quel luogo: al contrario si cerca di rendere un luogo adatto alle riprese cinematografiche, preoccupandosi delle possibili comodità di parcheggio, della presenza di  bagni e di un catering di un certo livello. Di fatto il luogo viene spogliato di tutte le sue caratteristiche specifiche per diventare una sorta di quinta, un elemento del tutto irrilevante.
Nei film americani i luoghi sono quasi sempre intercambiabili, diversamente da quello che succede nei film europei. Forse il senso di un luogo è una peculiarità europea: in Europa ci sono dei confini, lingue, culture locali, identità nazionali. E questo comporta che, nei film europei, i luoghi hanno una coloritura locale, sono permeati da un territorio, da una lingua, sono radicati in un luogo.
I film americani rifuggono da una tale specificità, dall’essere considerati locali: come se la verità di un determinato luogo diventasse un intralcio e addirittura qualcosa di pericoloso  per la verità della trama, che si rivolge a un pubblico il più ampio possibile, cioè quello globale.
Per farci capire questa sua idea sull’importanza insostituibile dei luoghi, Wenders ci racconta in che modo si sono sviluppate le diverse sceneggiature dei suoi film.
Una su tutte, quella di Paris, Texas.
Ecco in sintesi la storia. Nella fase iniziale lui e Sam Shepard  si sono incontrati spesso, e in questi incontri si sono raccontati delle storie: questo per trovare un terreno comune su cui costruire una trama. Ma quando si trattò di scegliere un punto di partenza, il punto da cui iniziare la storia, il terreno comune lo trovarono in un luogo, o meglio in un paesaggio: l’ovest

americano con i suoi deserti, al confine con il Messico, tra le piccole località sperdute in uno spazio infinito. Lì doveva avere inizio la storia, senza ombra di dubbio. E una volta deciso il punto di partenza, comparve pure il protagonista della storia, come se ce lo avesse consegnato il deserto messicano: un uomo disorientato,senza parole, che probabilmente ha perso la memoria, alla ricerca di un qualche elemento di raccordo col suo passato.

Per mesi W. ha girato in lungo e in largo il Texas, l’Arizona e il New Messico, fino a conoscerne ogni strada e il più sperduto paesucolo. Successe praticamente questo: l’itinerario del viaggio divenne il filo conduttore della loro storia: Terlingua, Marathon, Texas, Fort Stockton, El Paso.
Anche il titolo del film venne dalla carta geografica: Paris, Texas. Nome che era una metafora della lacera biografia del nostro eroe, prima ancora di essere una denominazione geografica.
In questo modo si arrivò a scrivere una metà della sceneggiatura; sia lui che Shepard erano convinti di una cosa: l’importante era cominciare a girare, e, una volta arrivati a metà, sarebbe stato molto più semplice procedere nella storia e trovare un finale consono.
Purtroppo le cose andarono diversamente dal previsto: ci furono vari problemi già all’inizio delle riprese, anche perché Sam Shepard era impegnato, contemporaneamente, con un altro film Country, che si girava nel freddo Nord degli USA. Ma una volta arrivato alla metà del film, successe quello che doveva succedere: terminarono le scene, nessuna idea su come continuare.
Ci furono due settimane di sospensione, durante le quali W. cercò disperatamente di trovare un modo per far progredire la storia e trovare un finale. Ma invano!
Un uomo che sembra aver perso la memoria compare in Texas, proveniente dal Messico. Travis, così si chiama, si trascina fino a Los Angeles, dove ritrova Hunter, il figlio piccolo. Insieme al ragazzino si rimette in viaggio alla ricerca della propria moglie, la madre del ragazzino. Ma dove? Da qualche parte nel Texas, dove Travis tempo prima aveva perso la famiglia….
Alla fine W. smette di arrovellarsi sulla storia e comincia a rilassarsi. E’ allora che comincia a passare in rassegna  i luoghi che lo avevano particolarmente colpito  nel Texas: Houston, con le miriadi di grattacieli e la banca drive-in, Port Arthur, la città più disperata che avesse mai visto dove non succedeva mai niente, e poi si ricorda di una foto scattata davanti a un bar degradato, o era una specie di peep-show, dal nome altisonante Keyhole Club…

E improvvisamente vidi, non solo attraverso il buco di una serratura, la fine della nostra storia: una porta si era aperta, ed eccola di fronte a me. Non dovevo fare altro che scriverla!
Mandò tutto a Sam Shepard che gli fece avere, a stretto giro di posta, la sceneggiatura. Erano le pagine di sceneggiatura più sorprendenti che avessi mai letto: concludevano la nostra storia di una famiglia “segnata dalle fughe” basandosi sulla mia descrizione di luoghi “segnati dalle fughe”.
Tutto questo per sostenere la tesi secondo la quale sono i luoghi a inventare le storie e non viceversa, le storie non succedono a prescindere dai luoghi in cui hanno luogo (un’altra bellissima espressione “avere luogo”!)
Sembra che anche le altre sceneggiature abbiano avuto, forse, in modo meno eclatante, vicissitudini simili…
E noi ci crediamo, dato che il racconto con cui Wenders ci ha portato a condividere l’evolversi della sceneggiatura di Paris, Texas, non solo ci ha permesso di toccare con mano le difficoltà e l’enorme lavoro che c’è dietro una sceneggiatura di stampo autoriale, ma perché ci ha completamente convinto dell’importanza dei luoghi e della loro supremazia rispetto alla trama.

(*) Wim Wenders, a cura di Stefano Francia di Celle, Il Castoro, 2007

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*