I cento anni di Calvino: Calvino e il cinema#1

a cura di Letizia Piredda

Quest’anno è l’anno di Italo Calvino, sono infatti 100 anni dalla nascita e ovunque ci sono celebrazioni, mostre, incontri per rendergli il dovuto omaggio e ripensare la sua opera, o quantomeno capirne qualche grammo in più.
Sappiamo quanto sia stato eclettico negli interessi che, dal bel libro curato da Marco Belpoliti, possiamo riassumere nel Guardare, che è anche il titolo del libro stesso. Il libro è diviso sette sezioni tematiche, tra cui anche Cinema, Fotografia, Disegno, Arte, e altre. In ognuna vengono raccolte tutte le riflessioni di Calvino in quell’ambito. Sappiamo che l’immagine per Calvino aveva un ruolo fondamentale e costituiva sempre il punto di partenza per le sue narrazioni. In una lettera a François Wahl fa una dichiarazione fondamentale: “Insomma, quello cui io tendo, l’unica cosa che vorrei poter insegnare è un modo di guardare, cioè di essere in mezzo al mondo.In fondo la letteratura non può insegnare altro”.

Guardare il libro curato da Marco Belpoliti e Italo Calvino

Nella sezione Cinema ci sono vari testi che coprono quasi interamente la vita di Calvino: sono riflessioni, recensioni, pubblicati su quotidiani come l’Unità prima di passare a collaborazioni con riviste del settore, come Cinema nuovo fondato da Guido Aristarco. Insomma la sezione è molto vasta e ricca e sicuramente non è possibile darne un resoconto esaustivo in questo contesto.
Ma qui voglio riportare l’attenzione su un articolo Scrutatore di film, dove Calvino parla della sua esperienza di giudice di film alla Mostra di Cinema di Venezia. Ne riportiamo il primo paragrafo che riguarda una tematica sempre molto dibattuta:
“Mi piace sempre andare a Venezia. Mi piace vedere i film in versione originale, cosa impossibile in Italia: è una prova di barbarie italiana credere che un film doppiato equivalga a un film che parla la propria lingua; è un pregiudizio esteticopensare che un film sia fatto solo d’immagini, che la sovrapposizione di un linguaggio estraneo e di voci fittizie non lo snaturi; è una mutilazione culturale vedere doppiati in italiano persino i film giapponesi, nei quali è essenziale il fatto fonico, i toni, l’ansimare, il ritmo del dialogo. Mi piace vedere i film dal principio alla fine , contrariamente all’assurda abitudine italiana d’entrare al cinema in qualsiasi momento. Certi film, soltanto adesso rivedendoli in TV , io li vedo davvero, dal principio alla fine, non destrutturati narrativamente, né emotivamente alterati: e spesso riconosco il punto in cui, allora, la prima volta, ero entrato in sala.”
Attualmente il problema di vedere un film dall’inizio alla fine non si pone più. Ma per quanto riguarda la questione se guardare o no un film in lingua originale, siamo ancora molto indietro: chi dice che ha difficoltà a seguire il testo e le immagini contemporaneamente, chi dice che è troppo impegnativo, comunque in generale non si è consapevoli di quello che viene perso di un film quando viene doppiato. Sicuramente bisogna un po’ formare l’abitudine, non è una cosa automatica. Personalmente anche per me non era facile all’inizio seguire un film in lingua originale. Adesso, dopo l’ottima palestra dei Festival dove sei costretto a vedere film in lingua originale, non ci faccio più caso e spesso non mi accorgo più della differenza. Viceversa, se mi trovo a vedere un film giapponese, o svedese doppiato, ho come la sensazione di vedere qualcosa di falsato e non riesco a godermi il film.

Informazioni su Letizia Piredda 177 Articoli
Letizia Piredda ha studiato e vive a Roma, dove si è laureata in Filosofia. Da diversi anni frequenta corsi monografici di analisi di film e corsi di critica cinematografica. In parallelo ha iniziato a scrivere di cinema su Blog amatoriali.
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