Luigi Magni

di Gianni Sarro

Roma. Il punto di riferimento dello sguardo di Luigi Magni è stato Roma, da quella imperiale, a quella papalina, da quella fascista, a quella contemporanea. Magni ha mostrato un’immagine di Roma colorata e popolare, mai da cartolina o popolaresca, scegliendo di giocare soprattutto sulle ambivalenze, le dicotomie, i contrasti, a volte crudeli di una città al contempo del Papa e dei carbonari, di santi e di dannati, di magnifiche architetture barocche e di vicoli putridi.
Magni, seguendo le orme di altri grandi come Fellini e Scola, inizia a lavorare nel mondo del cinema come aiuto sceneggiatore di Age e Scappelli. Tra il 1956 e il 1966 scrive per registi come Lattuada, Bianchi, Lizzani, Monicelli, sono gli anni dell’apprendistato, durante i quali Magni studia da regista. Nel 1967 avviene l’esordio dietro la macchina da presa. Il titolo dell’opera prima è Faustina, una commedia che affronta il tema della società multirazziale in un periodo storico in cui non era certo d’attualità. Di questo film colpisce che benché Magni ambienti il film in epoca contemporanea, mostri angoli di una Roma del passato.
In effetti basta aspettare un anno e Magni firma il primo dei suoi capolavori Nell’anno del signore, ambientato nella Roma pontificia degli anni 20 del XIX secolo, protagonisti del film sono Alberto Sordi, Nino Manfredi, Claudia Cardinale e Ugo Tognazzi. Alla prima del film tenuta al cinema Metropolitan di via del corso si respira una certa ansia da parte di autori e produttori. Ansia che scompare man mano che dalla sala giungono risate e apprezzamenti. Nell’anno del signore fu un successo clamoroso, risultando il film campione d’incassi assoluto in Italia nella stagione 1969-70 con un ricavato di 3.218.000.000 di lire[1].

Nell’anno del signore, 1969

Con questo film Magni esplora la possibilità di adoperare il cinema come memoria urbana, a partire dalla quale possiamo sviluppare una conoscenza della città che passa attraverso il recupero delle sue vicende e l’immagine dei suoi luoghi. Pensiamo all’incipit. La caratteristica principale delle prime immagini è quella di farci vedere spazi della memoria urbana, Castel sant’Angelo esplorata dalla mdp (leggi: macchina da presa) che ci mostra molti spazi esterni ed interni del castello, rimasti inalterati nel tempo. Viceversa nell’epilogo del film, la piazza del Popolo dove vengono giustiziati due carbonari è chiaramente ricostruita. Tuttavia dopo uno stacco, la mdp inquadra la targa che commemora sulla piazza l’esecuzione dei due carbonari; un leggero movimento di macchina sposta il suo sguardo mostrandoci in panoramica prima porta Flaminia e poi piazza del Popolo così come apparivano nel 1969, anno della realizzazione del film[2]. Questo stacco, dal passato al presente suggerisce un’altra caratteristica del cinema di Magni, quella che nei suoi racconti ha sempre tenuto presente l’idea della contemporaneità della Storia, utilizzando il passato per parlare del presente.

Un altro capolavoro di Magni è In nome del Papa re, con Nino Manfredi e Carlo Bagno, grazie al quale il regista vince il David. Il film è anche un altro calzante dell’idea di contemporaneità della Storia caro a Magni, vediamo perché. In nome del Papa Re è ambientato nel 1867, tre anni prima della presa di Roma da parte dei bersaglieri di Cadorna.

In nome del papa re, 1977

Durante il film il protagonista, un cardinale che è anche giudice (non dimentichiamo questo particolare, ci torneremo tra poco), pronuncia una battuta: ‘La repubblica è un gran casino’, che nella cronologia del film si riferisce a quella romana del 1849, ma è anche evidentemente un aggancio alla situazione italiana del 1977 (terrorismo, crisi economica, incertezza politica, ecc.). Teniamo a mente che il narratore Magni s’identifica con il protagonista, che come abbiamo scritto è cardinale e giudice, ormai conscio che il potere temporale del papa non ha più ragion d’essere. Una prima lettura possibile dell’adesione del punto di vista dell’autore con quello di un cardinale ‘rivoluzionario’ ed  illuminato è quella di chiarire le simpatie del regista verso i giacobini e i laici. Tuttavia possiamo ipotizzare una seconda lettura, che ci riporta al discorso della contemporaneità della Storia ponendoci la domanda: cosa non vuole più giudicare Magni? Forse non vuol più sentirsi tirato in ballo come artista e in quanto tale costretto a sentenziare su tutto. Un po’ come il Bennato di ‘Sono solo canzonette’, canzone che il cantautore partenopeo scrive nel 1980.

L’opera di Magni si snoda fino agli albori del nuovo millennio. Secondo Ponzio Pilato, 1987, ’O Re,  1988, In nome del popolo sovrano,  1990, Nemici d’infanzia 1995, sono film che confermano  Magni come autore. Un autore il cui talento registico è stato a lungo sottovalutato dalla critica.[3] L’epopea cinematografica di Magni si conclude con La carbonara, 2000, mentre del 2003 è l’ultimo lavoro, un film per la tv La notte di Pasquino, ancora con Nino Manfredi protagonista. Due film che sono omaggio alla Roma che Magni ha amato di più, quella papalina, forse perché dal suo punto di vista è stata quella la cui narrazione ha riservato più possibilità all’autore romano per mescolare linguaggi e suggestioni, sempre con quella leggerezza che rimane il suo inconfondibile tocco d’artista.


[1] Tutt’ora risulta al 30º posto nella classifica dei film italiani più visti di sempre con 9 901 145 spettatori paganti.
[2] Piazza del popolo è uno dei luoghi d’incontro tipici del mondo del cinema romano. Tra i film in cui appare la piazza del Valadier, L’arte di arrangiarsi, di L. Zampa, 1954, con Sordi, un piccolo truffatore, che ad un certo punto è seduto ai tavolini della piazza, sullo sfondo le cupole delle chiese gemelle e del Pincio. Poi due scene, entrambe con Gassman. La prima è tratta da Il sorpasso, Gassman sfreccia con la sua spider sverniciata per la piazza irridendo un maggiordomo che porta a spasso i cani. La seconda scena è tratta da C’eravamo tanto amati, quella dell’incontro dopo trent’anni tra Gassman e Manfredi.  La piazza fa da sfondo all’incapacità di Gassman di confessare a se stesso e all’amico che è diventato ricco e corrotto. 
[3] L’unico studio analitico su Magni è Il mondo di Luigi Magni: avventure, sogni e disincanto, a cura di Franco Montini, Piero Spila, Eri- Rai, Roma 2000, pp. 179.

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