Eschilo e le radici del pensiero occidentale (1)

LETTERA AL MIO AMICO CARMELO

di Tano Pirrone

«Tutte le arti sono belle, tutte le arti sono interessanti, tutte le arti sono ricche di messaggi preziosi e insostituibili che riguardano l’uomo. Tuttavia l’arte teatrale è la più direttamente umana, la più concretamente vissuta, la più vicina all’organicità della vita che stilizza e sublima fino a offrircene un modello più intenso da vivere. Oggi si può pensare che il teatro sia minacciato; esso resta nondimeno una delle arti più vivaci, più capaci di attirare una folla di giovani forze entusiaste, e questo è il segno più incoraggiante quanto alla sua condizione attuale e al suo avvenire.»
Ètienne Souriau

Carissimo Carmelo,
ho ricevuto il tuo telegrafico commento a Le Nuvole e un sintetico giudizio finale sulle tragedie in cartellone, quindi ora ho un panorama completo delle tue opinioni sull’argomento. Ridotti all’osso, scarnificati, i tuoi e i miei giudizi, leggendoli in positivo, se proprio non coincidono, almeno sono abbastanza sovrapponibili e permettono di approfondire il confronto: Livermore con le Coefore-Eumenidi, si è confermato opulento zeffirelliano, organizzatore bulimico di spettacoli di grande effetto e ingegnoso inventore di espedienti scenici efficaci anche se spesso fuorvianti o gratuiti; il suo omologo Carlus Padrissa (La Fura dels Baus) ha scelto un profilo abbastanza lineare, limitando la sua “aggressività” all’impennata della gru, che fa da giostra agli ardimentosi giovani della scuola dell’Inda[2]ma va in gol grazie soprattutto a Lucia Lavia, brava e con energia senza limiti; poi c’è Antonio Calenda, che non deve dimostrare più niente a nessuno, tanto meno a se stesso, il quale sale sul podio con ben otto spettacoli classici diretti al Teatro greco, secondo solo al mitico Romagnoli, che diresse i primi dieci spettacoli (ma erano tempi pioneristici in cui si andava a teatro in aprile, col borsalino e seriosi vestiti di panno). Le Nuvole come ho chiaramente rilevato nella recensione è un lavoro pulitissimo, chiaro, interamente intellegibile, si potrebbe dire, come s’usava, per tutti, se la locuzione non rischiasse di risultare offensiva. Bellissime le Nuvole e brave le due corifee Galatea Ranzi e Daniela Giovanetti.

Le coefore in Le Nuvole


Ogni cosa al suo posto: un trionfo di semplicità che si raggiunge solo dopo decenni di carriera, forse. Semplicità che Livermore non conosce, frequentando l’orpello e l’eccesso, trascinando in un trionfo iper barocco un Teatro che ne è esattamente l’opposto. La mia recensione della tragedia da lui diretta (Coefore-Eumenidi) è stata molto centrata sugli aspetti immediatamente teatrali: la scenografia, la coreografia, i movimenti degli attori, gli aspetti estetici e la reboante tracotanza delle musiche[3]. Per il resto c’è un disaccordo completo con l’opera realizzata, un disaccordo proprio sul merito dei significati etici, del messaggio, che Eschilo ha inserito in modo chiaro, intellegibile nella sua trilogia, che ça va sans dire è una delle opere letterarie (e filosofiche) più importanti nella storia della cultura occidentale. Livermore, nonostante le sue note di regia facessero intravedere luci promettenti, ha voluto (ha dovuto?) recintare la storia all’interno di una logica scenica, da feuilleton, un fotoromanzo di stantio cliché ma di attualissima tendenza. Sconosce o trascura colpevolmente la lettura, tutto sommato semplice, naturale del capolavoro, peccando così di presunzione, perché sulla tragedia degli Atridi è stato scritto molto, e molto si è studiato e discusso.

Eschilo

Della trilogia Orestea il prossimo anno andrà in scena con lo stesso regista il primo atto, l’Agamennone. L’Orestea è l’opera complessa in cui la colpa di Agamennone (il sacrificio della figlia Ifigenia, su profezia dell’indovino Calcante alla dea Artemide, affinché i venti propizi alla flotta si levassero e le navi achee potessero muoversi verso il destino che vedrà la distruzione di Ilio e il sacrificio di tante vite) viene punita per mano della moglie infedele Clitennestra; che a sua volta viene uccisa impietosamente dal figlio Oreste. Nel terzo atto il ciclo di vendette trova alfine quiete: un tribunale di ateniesi, organizzato e presieduto da Minerva, dà responso pari: in dubbio pro reo, Oreste è dichiarato innocente. Livermore brucia i giurati, noi celebriamo la nascita di un nuovo ordine fondato sulla giustizia “per regolare razionalmente la nostra convivenza, tutelandoci da noi stessi”. Oreste è puro esecutore del volere divino. «La vendetta per l’uccisione di Agamennone è nelle Coefore ordinata da dio Apollo. Di conseguenza assume il carattere di un dovere sacro, di una necessità cui non si può sfuggire. Oreste esegue un ordine, l’ordine di Apollo e non può essere che innocente perché il dio non può ordinare il male ed essere contaminato da una colpa. Non così nella sua Elettra [4] Sofocle, che incentra la responsabilità della vendetta sui singoli protagonisti dell’azione. Se nelle Coefore l’uccsione di Clitennestra è il fulcro dell’azione tragica, nell’Elettra essa diviene un episodio quasi marginale soprattutto rispetto all’ultima scena, di grande effetto teatrale, in cui si assiste all’uccisione di Egisto.»[5]

Ripercorriamo la trama della trilogia eschilea e mettiamo in risalto i punti rilevanti dal punto di vista etico, sociale e filosofico. Lo facciamo premettendo che «[…] Eschilo volle essere non solo il poeta, ma il maestro del suo popolo. La sua religiosità profonda e il suo profondo senso morale lo allontanarono spesso dalle idee tradizionali. Dice una volta il Coro dell’Agamennone:

Tra i mortali corre un vecchio detto, che dalla prosperità germoglia un’insaziabile sventura. Io sono solo, invece, a pensare questo: l’empietà genera altra empietà simile alla prima; nelle case degli uomini giusti la prosperità genera sempre bella prole.»[6]

È il pensiero di Eschilo che trapela, più che del personaggio: egli è fermamente convinto che il dio non punisce, per invidia, gli uomini felici, ma per senso di giustizia: Eschilo, come Solone, come Esiodo è il poeta della giustizia; ed il coro dell’Agamennone esprime ancora le linee fondamentali del poeta: «Dike[7] risplende nelle case affumicate e onora le vite pure; dai palazzi ricchi d’oro, dove impera una mano contaminata, essa distoglie lo sguardo.»[8] […] la religione di Eschilo risponde soprattutto a un’esigenza etica e ha il suo fondamento in uno stesso ideale di giustizia, ma è più profonda e più pura. Essa si avvicina molto al monoteismo; e lo Zeus onnipotente, inconoscibile, giusto, sebbene non sia cinto di nessun alone mistico, è molto più grande e più puro dello Zeus di Esiodo e di Solone, e parla fortemente alla fantasia del poeta.»[9]

L’interpretazione dei testi da parte di Livermore, come descritta nelle sue note di regia[10], e soprattutto come realizzato, è a mio avviso una visione “semplice” dell’opera – di tutta la trilogia eschiliana –, evidentemente: impostata su concetti “etici”, impropri per giudicare l’opera di Eschilo – qualunque opera teatrale; semplicistica, schematica, superficiale, scolastica. Il senso tragico, etico e filosofico dell’opera ne è sconvolto, distorto. Il segnale è dato dalla ridicola combine fra Atena e Apollo, l’incendio delle sagome, cui il direttore ha affidato l’essenza di giurato, la ridicolizzazione del terzo atto dell’Oristea (atto in cui, invece le Maledizioni divengono Benedizioni ed avviene la transizione da un’epoca arcaica ad un’epoca moderna proprio nell’ambito della gestione della giustizia).


Note:

[1]    Ètienne Souriau – I grandi problemi dell’estetica teatrale (a cura di Chiara Cappelletto) – Mimesis / Filosofie del teatro, 2014

[2]    L’Istituto nazionale del dramma antico (conosciuto anche con l’acronimo INDA) opera come fondazione culturale dal 1998, ma le sue attività prendono vita già nel 1914. L’ente è celebre per l’organizzazione del ciclo di rappresentazioni classiche presso il Teatro greco di Siracusa, giunto quest’anno alla 56ª edizione. L’iniziativa culturale nacque per volontà dell’aristocratico siracusano Mario Tommaso Gargallo, che nel 1913 costituì un comitato promotore con l’ambizione di ridare vita al dramma antico presso il suo “spazio naturale”, il Teatro Greco di Siracusa.

[3]    Parafrasando Livermore (COEFORЄUMINIDI – INDA – Pag. 21), potremmo asserire che “La tragedia non è opera lirica, la tragedia è tragedia”.

[4]    La prima assoluta dell’Elettra è databile fra il 420 e il 410, dunque 38/48 anni dopo; l’epopea degli Atridi assicura sempre il tutto esaurito.

[5]    La Dike di Elettra, Note di traduzione di Bruno Gentili in “Sofocle Elettra – Eschilo I persiani”,1990

[6]    Gennaro Perrotta, Disegno storico della Letteratura greca (seconda edizione – ottava ristampa) – Casa Editrice Giuseppe Principato, 1962 (pag. 126)

[7]    Dike (Diche o Dice). Dal greco antico Δίκη, dikē, giustizia). Dea greca, personificazione della giustizia, era una delle Ore figlia di Zeus e Temi. Discesa in terra nell’ “età dell’oro”, si allontanò dagli uomini per i loro delitti al sopraggiungere dell’ “età del bronzo”. Con le sorelle Eunomia e Irene rappresentavanom rispettivamente, Giustizia, Disciplina e Pace.

[8]    Ibidem, pag 126. Il coro dell’Agamennone esprime le idee morali del poeta.

[9]    Ibidem, pag 127

[10]    CoeforЄumenidi – INDA, pag. 20

Segue: Eschilo e le radici del pensiero Occidentale (2)

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