The eyes of Tammi Faye. Quanti dubbi su una favola di successo.

di Pino Moroni

Artapartofculture.net

Non c’è che dire il film di apertura della Festa del Cinema di Roma “The eyes of Tammi Faye” ha molto incuriosito il folto pubblico. L’argomento originale per il cinema americano (si parla di quei telepredicatori che posseggono network multimilionari e si piazzano come audience dietro le televisioni blasonate) figuriamoci per il pubblico italiano che riguardo a questo argomento ha sentito parlare al più delle truffe di televendite (Vanna Marchi).

Quella di Tammi Faye (Jessica Chastain) e Jim Bakker (Andrew Garfield) è la storia vera di due ispirati evangelisti che da predicatori itineranti arrivarono a possedere un piccolo impero, basato sulle donazioni, con un club PTL (Praise The Lord), un grande network religioso ed un parco a tema (una Disneyland cristiana).

immagine per The eyes of Tammi Faye

Ora sapendo come è iniziata e finita la storia di questo fenomeno mediatico, ossia l’ascesa incredibile dei due coniugi Bakker e la loro rovinosa caduta, con il carcere per lui ed il dileggio e l’ostracismo per lei, ci si aspettava di capire di più le dinamiche e le evoluzioni di una delle tante fascinazioni collettive, tipicamente americane.

Di come e perché una popolazione di inguaribili creduloni riesca a far arrivare questi predicatori televisivi alle stelle per poi, complici la mal gestione del successo e le malversazioni dei fondi donati, lasciarli cadere rovinosamente verso il disastro. Oppure quale potere di onnipotenza si insinui nelle menti di provetti imbonitori quando sanno di essere visti ed ascoltati da 20 milioni di persone.

La storia è il biopic di Tammi Faye, attraverso i suoi occhi, le sue risatine e le sue cantatine (ha venduto anche moltissimi dischi) condite da considerazioni religiose sull’amore per i poveri, per i gay e per i malati di Aids. Tutto sulle spalle di una pur brava Jessica Chastain. Ma al di là del merito del regista Michael Showater di aver sollevato anche tante altre tematiche esistenziali, sociali, religiose ed economiche interessanti, che avrebbero dovuto essere sviluppate meglio, tutto si riduce alla nascita e fine di un amore tra due persone, senza nemmeno troppo approfondire le profonde motivazioni dei loro tradimenti reciproci.

Con scenografie studiate che accompagnano dagli anni ’50 agli anni ’90. Soprattutto dai ’70/’80 in cui i telepredicatori diventano ricchi ma per loro superficialità ed ignoranza di cosa significhi essere ricchi cadono nel consumismo più ottuso e nel kitsch che affiora dalle case, dagli arredi, dai vestiti e dalle maniere di farsi notare.

Esempio è Tammi Faye, idolatrata dal pubblico per il suo messaggio di amore, compassione e gioia, che non fa altro che aumentare chili di grasso, incluso quello delle creme sul viso, una maschera per farsi identificare come icona televisiva, con occhi al mascara, sopracciglia tatuate, ciglia infinite, testa cotonata e vestiti fuori ogni gusto. Una forma superficiale che dopo quasi due ore di pellicola non convince più perché rimane fine a sé stessa.

Per quanto riguarda le trasmissioni televisive che il film a lungo descrive si può fare miglior riferimento a Quinto potereMagnoliaGood night, good luckMoney monster, ecc..

Purtroppo non c’è un passaggio, un cambiamento nelle continue tirate su l’amore umano e l’amore divino (detti ma non dimostrati), su l’amore per i poveri ed i diseredati ed il benessere che i Bakker si regalavano con i fondi del Club, in una vita vuota e fasulla in cui loro stessi non credevano.

Alla fine del film rimane un dubbio: Tammi Faye malgrado tutto era in buona fede come sembra adombrare questo biopic? Allora non si può fare a meno di chiedersi se la mistificazione del significato religioso della vita era dettato dall’ipocrisia di fare soldi o da un vero amore per il genere umano. Quante idee buttate là senza sviluppo.

Se il nucleo essenziale del film rimane il facile concetto del ‘self made man/woman’ con la sua ascesa facile e la rovinosa caduta, senza dare alcuna risposta alle tante altre tematiche accennate, la buona recitazione di Jessica Chastain, imperniata sull’aspetto estetico, le crisi da parto, l’assuefazione a farmaci ed un pizzico di anticonformismo potrà portarla alla notte degli Oscar?

Quando troppi dubbi assalgono dopo la visione di un film, non c’è che dire originale, vuol anche dire però che troppe tematiche messe a sostegno di un biopic su una donna, famosa icona televisiva, non hanno raggiunto il segno


Vedi anche: Incontro ravvicinato con Joe Wright Passing. Due donne A thousand hours Festa del cinema

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