Passing. Due donne. Per essere americani bisogna cambiare pelle

di Pino Moroni

artapartofculture.net

Parlando nel foyer dell’Auditorium, in mezzo a tanta gente, con una esperta di cinema, dopo uno scambio di opinioni sui film in programma mi ha detto: “E tutto…”. Dopo una pausa di incertezza ho continuato: “E’ sempre collegato”. Uso questo assioma per introdurre il film Passing di Rebecca Hall, attrice con Woody Allen e con Christopher Nolan, figlia del regista teatrale inglese Peter Hall, fondatore della Royal Shakespeare Company, moglie dell’attore americano Morgan Spector e nipote di un nonno che essendo un po’ scuro di carnagione, per discendenza interraziale, si era fatto passare per bianco.

La Hall riflettendo sul racconto letto nel libro di Nella Larsen (1929) e dopo averne parlato negli ambienti londinesi con David Bowie che ne era entusiasta, si era decisa a scriverne una sceneggiatura, poi attraverso una sua produzione, di cui faceva parte anche Forest Whitaker, (non dimentichiamo quanto aveva prodotto suo padre in teatro) aveva deciso di farne un film da regista.

A questo punto si è messa alla ricerca di due attrici che potessero pur essendo afroamericane passare per bianche. Quindi la stretta collaborazione con le due attrici Thessa Thompson (nel ruolo di una tradizionale signora di Harlem, Irene Redfield) e soprattutto con Ruth Neggo, che aveva già apprezzato il libro della Larsen, (nel ruolo dell’anticonformista nera-bianca Clare Kendry).

immagine per Passing, 2021 scritto e diretto da Rebecca Hall recensione
Passing, 2021 scritto e diretto da Rebecca Hall

L’idea era quella di un film in bianco e nero, spesso monocromatico, da far risaltare uno o l’altro colore per sottolineare simbologie razziali nascoste. Uno stile quindi scenograficamente raffinatissimo nei dettagli (per stupire il pubblico), con una ricostruzione d’ambiente accuratissima degli anni ’20 americani e poi una grande concentrazione sui visi, sulle espressioni dei volti e sui dialoghi da pièce teatrale (prevalenza del teatro inglese per influenza paterna).

Ma di tutto questo, esclusa la prima parte a Manhattan per le strade ed in un Hotel di lusso, le inquadrature di case a Town House di Harlem, con gradini esterni e ferro battuto, gli alberi, le foglie cadute, la neve sui davanzali e nei cortili, sono solo il contorno della descrizione di una storia casalinga, in cui “una domina” che vive nelle sue abitudini e tradizioni di vita borghese, domina troppo il racconto in una narrazione flemmatica e lineare.

Non può sollevare il tono del film la paranoia crescente di questa interprete principale (tremiti alle mani, rottura di una brocca di ceramica), che a contatto con l’altra irrequieta depressa ‘bianca’, cerca di liberalizzarsi nelle lotte sociali degli afroamericani (troppo ventilate ma in fondo anche rifiutate), negli eventi ed incontri della Harlem Renaissance, con frequentazioni di intellettuali bianchi, curiosi delle feste dei neri, o nei locali in cui si suonava la musica di quel periodo d’oro (anch’essa lanciata dai bianchi).

Non possono incantare solo le belle immagini quando poi la narrazione è troppo ripetitiva senza riuscire a mettere in rilievo tutta l’infelicità che c’è sotto, solo facendo suonare l’orologio da parete od andandosene ad ogni ora a letto.

Perché entrambe le donne sono infelici della loro vita ma per simpatia di disgrazia comune (voler essere allo stesso tempo nere e bianche), non si riescono mai ad incontrare-scontrare. Per cui la soluzione cinematografica è quella di una continua fuga delle due protagoniste e quando si crea tensione per equivocità e finzioni, una delle due scompare e non si arriva mai ad una resa dei conti. Qualcuno l’ha visto come un thriller alla Hitchcock! Oppure è la paura di confrontarsi con la figura del padre regista teatrale?

Comunque si va avanti con il solito e statico processo di costruzioni drammatizzate senza aggiungere niente, senza far avvenire lo scontro tra il vecchio tradizionale ‘900 (Irene) ed il progressista e spregiudicato ‘900 (Clare), che è l’anima del film. C’è tanto di non detto e tanto di non recitato, trattenuto, frenato (forse all’inglese?). Dispiace dire, senza ipocrisia, in tempi in cui tutto diventa ammesso, che anche le due attrici non potrebbero passare per bianche, e così ingessate nelle due parti, cambiare anche i loro ruoli familiari e sociali, come invece vuol fare intendere il film.

Passing, il passaggio dei neri a diventare bianchi per facilitare l’integrazione, come la perdita delle inflessioni delle lingue d’origine nel parlare americano, la dicono lunga sulle emarginazioni americane, con tutte le sofferenze per la rinuncia ad essere sé stessi ed alla libertà di vivere le proprie radici, la propria identità. Un argomento ancora di portata troppo rilevante per poter essere raccontato bene in un film.

Vedi anche: Incontro ravvicinato con Joe Wright A thousand hours The eyes of Tammi Faye

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