Donne del teatro antico, va in scena il coraggio

di Marina Valensise (23 ottobre 2021)

Presentazione a cura di Tano Pirrone

“L’ineccepibile articolo di Marina Valensise pubblicato su Il Messaggero del 23 ottobre u.s. si è disperso in mezzo a coacervi di carte, appunti, quotidiani, libri aperti che popolano la mia scrivania in attesa di un riordino che rimando di giorno in giorno. Ma ogni tanto dal caos emerge la luce, la chiarezza, l’ordine: com’è proprio nel caso dell’articolo che pubblichiamo.
Marina Valensise non ha bisogno di presentazioni per chi ha messo piede almeno una o due volte nel mondo magico dei classici greci e in particolare nel tabernacolo delle Rappresentazioni classiche organizzate al Teatro greco di Siracusa dall’Istituto Nazionale del Dramma Antico, diretto con lucidità, preparazione e lungimiranza dall’ottimo Antonio Calbi. Marina Valensise, giornalista, studiosa è stata direttrice dell’Istituto italiano di cultura di Parigi dal 2012 al 2016; è oggi consigliere delegato dell’Istituto. Saggista, è autrice di numerosi scritti sull’arte e sulla salvaguardia dei beni culturali. Un riferimento costante, insomma, per chi intente contribuire alla difesa del patrimonio umanistico europeo dall’attacco sconclusionato e suicida del puritanesimo protestante anglosassone che passa senza eccessiva resistenza sotto il nome di per sé scoraggiante di cancel culture.”

In tutto il mondo si discute su come l’arte, la letteratura, il teatro possano aiutare le donne nel loro cammino di emancipazione. Ma le vie dell’inferno, come si sa, sono lastricate di buone intenzioni. E adesso anche il teatro di un classico come Shakespeare è sotto tiro.

Gli oltranzisti della parità e dell’antirazzismo non vogliono più saperne del dramma della gelosia maschilista del nero Otello per Desdemona, o del sessismo misogino della Bisbetica domata, o le violente implicazioni coloniali di Prospero, nella Tempesta, verso l’unico abitante dell’isola, lo schiavo bugiardo Calibano.

Nel caso limite, in America si sospende il professore universitario che mostra agli studenti l’Otello interpretato da Laurence Olivier col viso imbrattato di pece, perché irrispettoso dei neri. Nei casi ordinari, si sopprimono direttamente i corsi su Omero e sul teatro elisabettiano, perché fuori linea rispetto ai valori di oggi, non conformi ai nostri modi di vivere e alle nostre aspirazioni. È così che le opere di Shakespeare vengono boicottate, perché considerate razziste, sessiste, colonialiste. Di recente, persino il Globe Theatre, lo storico teatro londinese dove recitò la sua compagnia, ricostruito nel 1997, ha allestito una serie di seminari antirazzisti per sviscerare le opere del Bardo, e rileggerle in chiave anti colonialista o attraverso una lente femminista, esaminando i personaggi alla luce della loro rappresentazione. E pazienza se così facendo, si rischia non solo di decontestualizzare i capolavori del passato, ma di farli risultare talmente problematici da essere indigesti, col risultato di eliminarli del tutto dal cartellone oltreché dai corsi universitari. Pazienza per gli ignari che verranno dopo, ma così va il mondo.

REVISIONE
Il fatto grave è che la pretesa di uniformare il passato al presente, e di riscrivere il passato coi criteri del presente priva il presente del suo spessore e della sua stessa cifra. Come si fa a capire a che punto siamo arrivati e il valore delle conquiste raggiunte se pervicacemente si ignora la strada compiuta? Urge allora domandarsi se sia giusto in nome del radicalismo democratico fare tabula rasa dei capolavori di un’epoca remota. Siamo davvero sicuri che la causa della donne progredisca se cancelliamo tutti i casi di sopraffazione, violenza e misoginia descritti dai classici in quanto non in linea con lo standard di oggi?

Marina Valensise

Tema incandescente, anche se in Italia resta sottotraccia. E per fortuna, perché resiste da noi meglio che altrove la solida base della cultura umanistica e, voglio sperare, l’arte del dubbio, premessa fondamentale di ogni conoscenza. È allora il caso di segnalare la resistenza opposta da alcuni storici baluardi come l’Istituto del dramma antico che proprio ieri ha riunito a convegno il fior fiore degli studiosi di filologia classica, per discutere di Condizione femminile nel teatro antico, e sviscerare la questione non solo alla luce di Aristotele, che com’è noto nega alla donna ogni superiorità rispetto all’uomo, ma soprattutto alla luce del teatro di Eschilo, Sofocle e Euripide, che nelle loro opere offrono una visione delle donne diametralmente opposta e alquanto sorprendente, facendone le protagoniste di scelte e decisioni che rappresentano un primato morale e un contrappeso al potere virile tipico della democrazia. Niente di strano in quest’iniziativa che ha registrato un record assoluto di iscrizioni, se pensiamo che al Teatro Greco di Siracusa, culture cancel permettendo, vanno in scena ogni anno i capolavori del V secolo avanti Cristo che altrove, in America, in Gran Bretagna, e ormai anche in Francia vengono messi al bando, perché non in linea coi valori di oggi. Nelle Eumenidi, per esempio, terza parte dell’Orestea di Eschilo, che debuttò nel 458 a.C., il dialogo tra Apollo e Atena è uno scandalo per i militanti del radicalismo democratico in lotta contro il sessismo: per spiegare come mai l’assassinio del padre, compiuto dalla moglie di Agamennone Clitennestra, sia più grave di quello della madre, compiuto per vendicare il padre Agamennone dal figlio Oreste, il dio Apollo, che è il difensore di Oreste, sostiene addirittura che il padre trasmette la vita, mentre la madre semplicemente la contiene, senza però crearla.

CLICHÈ
«Colei che chiamiamo madre accoglie e nutre la vita seminata in lei, ma non la crea, il vero genitore è colui che dà il seme». Dovremmo per questo sospendere le recite? Bandire l’Orestea? Assurdo, quando invece proprio per riconoscere la strada compiuta nel corso dei secoli e meglio appropriarci delle conquiste raggiunte in termini di giustizia, eguaglianza, ed emancipazione, urge tornare ai classici, affrontarli e apprezzare la libertà con cui l’arte del teatro, pur veicolando un codice maschilista e un rapporto perentorio di dominio, insinui di continuo dubbi sconvolgenti.
È quello che succede, quando i tragediografi classici assegnano un primato morale alle figure femminili come Antigone, che si batte contro Creonte per assicurare al fratello una degna sepoltura, o come Giocasta che sfida il figlio riottoso che rifiuta di alternarsi al potere. Diversamente da quanto impone la polis, che esclude le donne dall’arena politica e dalla deliberazione, vietando loro persino di presentarsi in tribunale, il teatro antico spesso riconosce alle donne un ruolo chiave per contenere la violenza e contrastare gli abusi di potere.

Sono le donne che a teatro inventano la democrazia e trasmettono la civiltà, anche se poi finiscono relegate in casa a tessere la tela circondate da schiave. E allora ai militanti estremi della correttezza politica sarebbe utile ricordare che da che mondo è mondo l’arte e la rappresentazione godono di una libertà sconosciuta alla politica e al mondo della realtà. E che questa libertà va rispettata a oltranza e va a favore certamente della parità femminile.

Commenta per primo

Rispondi