Pirandello e il cinema: un rapporto complesso#3


Il Pirandello di Marco Bellocchio

di Tano Pirrone

“Perché trovarsi davanti a un pazzo sapete che significa? Trovarsi davanti a uno che vi scrolla dalle fondamenta tutto quanto avete costruito in voi, attorno a voi, la logica, la logica di tutte le vostre costruzioni! Eh! Che volete? Costruiscono senza logica, beati loro, i pazzi! O con una loro logica che vola come una piuma! Volubili! Volubili! Oggi così e domani chi sa come! Voi vi tenete forte, ed essi non si tengono più. Volubili! Volubili! Voi dite: << questo non può essere!>> e per loro può essere tutto.”
(Pirandello, Enrico IV atto II).

Bellocchio dedica a Pirandello due film, per certi versi legati fra loro dalla distanza che il regista mette nei suoi film fra le dinamiche psicologiche che interagiscono nei personaggi e i testi originali: Enrico IV del 1984 e, a distanza di tre lustri, La balia. Ma soprattutto perché in entrambi il convitato di pietra è la pazzia, presente nella vita del drammaturgo e le sue opere parlano di visione frammentata della realtà paragonata ad uno specchio rotto, dove l’io si rispecchia in una infinità di mondi. Da questo nasce l’incomunicabilità tra gli uomini che associano ad ogni parola un senso del tutto personale. A tutto questo Pirandello propone una soluzione: la follia.
Il primo film, l’Enrico IV, origina dall’omonima commedia teatrale in tre atti, composta da Pirandello nel 1921 per il grande attore dell’epoca Ruggero Ruggeri. Grande interprete ne fu anche Salvo Randone, maestro del cinema italiano, grande attore siracusano, indimenticabile frequentatore di eroi antichi e moderni. L’Enrico IV di Bellocchio s’incarna in Marcello Mastroianni, che arriva in questo film alla sua interpretazione più matura e più alta. Al cinema e in teatro, comunque, un Enrico IV non è possibile senza un grande attore e Bellocchio ha avuto il merito di averne trovato uno dei più grandi. In un suo scritto Gian Luigi Rondi scriveva che era, l’Enrico IV di Ruggeri, tutto silenzi e sfumature e che «Mastroianni era costantemente su quella linea, non gridando neanche quando sembra gridare, privilegiando solo il dimesso, il sommesso, il raccolto. Con una disperazione totale ma senza suoni, con uno strazio tutto urla, ma silenzioso. Gran parte del risultato invero positivo di questa versione cinematografica del dramma pirandelliano si deve alla magnifica interpretazione di Marcello Mastroianni, nella duplice veste di pazzo savio e savio pazzo».

In alto a sn Marcello Mastroianni, la locandina dello spettacolo. In basso a sn Pirandello con gli attori e Claudia Cardinale.

Accompagnano Mastroianni nell’impresa Claudia Cardinale (Matilde), Leopoldo Trieste (lo psichiatra) premiato come migliore attore non protagonista ai Nastri d’Argento 1984, Paolo Bonacelli (Belcredi), Gianfelice Imparato (Di Nolli), Claudio Spadaro (Landolfo), Giacomo Bertozzi (Giacomo), Giuseppe Cederna (Bertoldo), Luciano Bartoli (Enrico IV giovane), Latou Chardons (Frida/Matilde da giovane).
La sceneggiatura, da soggetto liberamente tratto dall’omonima opera di Luigi Pirandello, è di Marco Bellocchio, con la preziosa collaborazione di Tonino Guerra. Fotografia di Giuseppe Lanci, montaggio di Mirco Garrone, musiche di Astor Piazzolla.
Ricordiamo la trama, nel cui intrigo la follia fa il nido e, come il nettare l’operosa ape, attira Bellocchio che poi, naturaliter, v’aggiunge segreti e secreti enzimi. Il Marchese di Nolli – con la sua fidanzata Frida, uno psichiatra, Matilde, con la figlia Frida, e il suo compagno Belcredi – vanno al castello dove il di lui zio si è rinchiuso da vent’anni nella pazzia, convinto, dopo una caduta durante una cavalcata in costume in cui erano presenti Matilde e Belcredi, di essere l’imperatore del Sacro Romano Impero Enrico IV di Germania. Lì è mantenuto dalla sorella e da Di Nolli con servitù e arredi verosimili, facendo credere all’uomo di essere realmente nel Medioevo. La loro presenza nel castello è dovuta all’estremo tentativo di far rinsavire Enrico. Tutti adeguatamente mascherati partecipano ad un esperimento (contro-trauma) proposto dallo psichiatra per far tornare in sé Enrico IV. Ma Enrico, ha da tempo segretamente riconquistato coscienza di sé e della sua memoria, deliberatamente continuando questa sua commedia per suo divertimento, ma soprattutto per una sorta di vendetta contro coloro che lo chiamavano pazzo già da prima.[1]

La balia, il secondo film, del 1999, è tratto, invece, da una novella di Pirandello scritta e pubblicata per la prima volta nel 1903, poi inserita nella raccolta In silenzio, uno dei 15 tomi delle Novelle per un anno. La storia raccontata nella novella è semplice: una giovane donna siciliana, Annicchia, è da poco diventata madre di un bambino; quando le viene chiesto di far da balia al figlioletto di una coppia che vive a Roma, dato che la creatura non riesce ad attaccarsi al seno materno, lei accetta e finisce per affezionarsi al piccolo, mentre i coniugi romani, già in crisi matrimoniale, sembrano diventare sempre più litigiosi. Al termine dello svezzamento, decide di far ritorno in Sicilia; ma, poco prima della partenza, suo figlio morirà improvvisamente.

Alcune scene del film di Marco Bellocchio, in basso a dx

Nella trasposizione di Bellocchio Annicchia diventa Annetta, l’ambientazione tutta romana e il padre del bambino un neuropsichiatra, invece che un avvocato di orientamento socialista con ambizioni politiche. Bellocchio “usa” la traccia della novella per imbastire un racconto in cui l’argomento per lui più interessante, che ha contraddistinto tutto il suo percorso umano e professionale è stato quello psicanalitico. La lunga frequentazione con lo psichiatra e psicoterapeuta Massimo Fagioli è cosa nota; in tutti i suoi film la chiave psicanalitica è presente. Anche ne La balia, in cui le calcolate modifiche nella trama e nei personaggi sono immediatamente funzionali alla tesi che Bellocchio intende dimostrare. Per noi è più complicato in un breve articolo “di commemorazione” approfondire, basta ricordare ai lettori che la trama letta in filigrana ci rileva un autobiografismo impressionante: quel professionista che cerca una balia per il figlio che la madre non riesce ad allattare e che anche per questo (ci sono concause gravi) alla fine diventa pazza; quel personaggio è lui, Pirandello, e quella storia, immersa nei colori mistificatori della narrazione teatrale, racconta di lui e di sua moglie, pazza essa stessa.
Il film, dunque, si conferma come un’opera compiuta, piena di articolate combinazioni, che configurano l’asse portante della poetica di Bellocchio, mai distratto davanti alla complessità delle articolazioni più intime degli animi umani; il suo cinema, insomma, fatto di sofferenza e devianze, brilla nella penombra dell’abitazione alto borghese del professore, ritrovando una luminosissima atmosfera, che abbiamo sinceramente molto apprezzato.[2]
Dal soggetto, rimaneggiato alla bisogna, Bellocchio ha ricavato la sceneggiatura; la fotografia è di Giuseppe Lanci; il montaggio di Francesca Calvelli; le musiche di Carlo Crivelli. Il cast, come sempre in Bellocchio, di altissimo livello e perfettamente funzionale all’assunto del regista: Maya Sansa è Annetta (la balia); Fabrizio Bentivoglio, il professor Mori; Valeria Bruni Tedeschi, Vittoria Mori; Michele Placido, un paziente; Elda Alvigini, Lena; Jacqueline Lustig, Maddalena; Pier Giorgio Bellocchio, Nardi.[3]

NOTE

1.  Per chi volesse rivedere il film: in commercio si trova facilmente il dvd della RHV (Ripley’s Home
Video).

2.  Chi volesse approfondire la questione può leggere l’intervista fatta da Albertina Seta su
psychiatryonline.it il 17 settembre 2012 all’uscita del film

3.  Per chi volesse rivedere il film: in commercio si trova facilmente il dvd della Dynit/Istituto Luce
2022.

Informazioni su Tano Pirrone 87 Articoli
Sono nato in provincia di Siracusa, a Francofonte, l’antichissima Hydria dei coloni greci, quaranta giorni prima che le forze alleate sbarcassero a Licata. Era il 14 maggio 1943. Ho frequentato il liceo classico, ma non gli studi per giornalista, cui ambivo. Negli anni ’70 ho vissuto due lustri a Palermo, dove ho lavorato in fabbrica, come impiegato amministrativo- commerciale. Nel 1981 mi sono trasferito a Roma per amore di Paola, oggi mia moglie. Sono stato funzionario commerciale e Project Manager nel Gruppo Marazzi. Infine consulente d’azienda per Organizzazione Aziendale e Sistemi Qualità. Curo le piante della mia terrazza, vedo gente, guardo film e serie tv, vado a cinema e a teatro, seguo qualche mostra; leggo, divagando e raccogliendo fior da fiore, e scrivo di cinema, libri e teatro per Odeonblog; di altre cose per me stesso. Ho pubblicato anche su Ponza Racconta, Lo Strillo, RedazioneCulturaNews ed altri siti di cinema e teatro. Ho due figli, Francesco e Andrea, ed avevo un cane, Bam, che sta sempre con me dovunque io vada. Sono faticosamente di sinistra; sono stato incendiario ed ora dovrei essere ragionevolmente pompiere.
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