ll cacciatore (1978) di Michael Cimino

di Giulia Pugliese

Linda:”Avresti immaginato che la vita sarebbe stata così?” Michael:”No”

Riproporre al cinema dopo 45 anni il “Cacciatore” è un azzardo. Un film sulla guerra del Vietnam, un momento così preciso nella storia, in un tempo dove c’era una coscienza generazionale precisa, un trauma collettivo, ha veramente senso? Il mondo è cambiato, la guerra è cambiata e le persone non si sentono più parte della collettività, eppure il “Cacciatore”, nonostante la sua collocazione storica e territoriale così precisa, non finisce di stupire, emozionare e far pensare, oggi come allora. Ci sono film molto belli, che però invecchiano male, perché figli del loro tempo per tematiche o con effetti speciali vecchi, altri film comunque pur conservando un legame col tempo passato, risultano ancora attuali.
Il “Cacciatore” è un film con un cast strepitoso e molto affiatato, girato da un grande regista, Michael Cimino, che ha avuto una carriera sfortunata, ma soprattutto con una sceneggiatura complessa che vuole investigare il trauma della guerra, non solo durante la guerra, ma anche prima e soprattutto dopo, nel tentativo di farci vedere come un uomo viene trasformato dalla guerra. Un film su una generazione di persone che ha perso delle cose, dopo la guerra in Vietnam, anche chi non c’è stato, perché questa guerra è stata quella che ha tolto di più agli Stati Uniti, a livello di credibilità, di politica internazionale, ma anche di ragazzi che tornavano mutilati, di una intera generazione che anche grazie a quello si è sentita una generazione e che ha dato il via a un attivismo che ha portato al consolidamento di tanti diritti, ma a che prezzo?

Alcune scene del film

Il film ha inizio con il matrimonio di Steven (John Savage, attore che andrebbe ricordato di più) e Angela (Rutanya Alda) in una comunità di esuli russi, orgogliosa sia delle loro origini russe, ma anche che i loro figli e le prossime generazioni a venire siano americane e non abbiano a che fare con il comunismo sovietico, Steven, Michael (Robert De Niro) e Nick (Christopher Walker) si guadagneranno la loro cittadinanza americana, anche combattendo la guerra, sono ben felici di farlo, visto che i loro padri e le loro madri sono scappati da quel comunismo che loro andranno a combattere nel Sud-est asiatico. Steven, Michael e Nick non hanno ricevuto la cartolina, non sono obbligati ad andare al fronte, ma pensano sia il loro dovere di cittadini americani, l’America lo chiede e visto che noi siamo cittadini americani a tutti gli effetti, lo faremo”. “Il Cacciatore” è stato in grado di spiegare come la propaganda USA ha convinto innumerevoli ragazzi ad arruolarsi, dicendogli che il VietCong era il nemico e che minacciava la democrazia americana, specie per le minoranze e i poveri, combattere la guerra sembra dargli la possibilità di essere più integrati con il tessuto sociale di allora. Una guerra ingiusta come tutte le altre perché le guerre sono sempre ingiuste, chi ci rimette sono sempre i civili e chiunque si ritrovi implicato. In Vietnam, ben presto Michael, Steven e Nick capiranno che questa guerra non porterà a nessun beneficio per i civili, che è una perenne disumanizzazione degli uomini per rimanere vivi. Torneranno (non tutti) traumatizzati e a pezzi, sia fisicamente che mentalmente.

“Il Cacciatore” si apre con un matrimonio e con la canzone di Gloria Gaynor “Can’t take my eyes of you”, tutti felici, tutti spensierati e tutti uniti, ma già qualche crepa si intravede: forse Angela è incinta e non di Steven, ma non sembra essere importante. Finisce con un funerale e il canto mortifero dell’inno americano, di uno stato che sacrifica i suoi figli migliori per niente, come un moderno Abramo. In mezzo c’è il Vietnam che in realtà è minoritario (il film dura più di 3 ore ma il girato del Vietnam dura 20 minuti), ma le scene del Vietnam rimango impresse nella mente di migliaia di spettatori, Cimino decide di farci vedere un gioco macabro della roulette russa, a dimostrazione che la violenza porta violenza, che il grande trauma riguarda anche i vietnamiti, che invasi, hanno dovuto combattere brutalmente. Come oggi succede in Ucraina, una popolazione attaccata che ha deciso di combattere, anche se le conseguenze sono quattro mila morti a Mariupol o tre milioni di vietnamiti.
Il film ci fa assaggiare le vite quotidiane dei protagonisti, per poi lanciarli nella giungla, l’ultima sera di festa, la mamma di Steve grida ai suoi amici “go home”, come gridavano i cortei studenteschi dell’epoca all’esercito americano. Del film rimangono anche le scene della caccia, dove si vede un uomo che amava uccidere che non è più in grado di farlo, Michael, un po’ come il protagonista di un romanzo di Dostoevskij, è un uomo che ha ucciso e non può uccidere più: “it’s ok” dice al cervo, sei salvo, perché io non voglio fare più male a nessuno, tornando nella baracca dai suoi amici butterà via anche la pistola di Stan (John Cazale, attore simbolo di quegli anni, le cui scene sono state girate per prime perché malato di tumore ai polmoni che purtroppo è morto poco dopo e non ha mai visto il film finito). Un uomo stufo della violenza e della stupidità.
Cimino sembra mettere in scena due film: uno con inquadrature ampie, luminose e collettive e un altro  scuro, con spazi circoscritti dove i personaggi si sentono imprigionati, come il cerchio dove Michael entra per salvare Nick o il quadrato dove i tre amici sono costretti a giocare alla roulette russa. Il cambio di tono è così repentino ed immediato che lo stesso spettatore si trova sopraffatto, come i protagonisti, il tentativo di Michael nel cercare di ricostruirsi una normalità, anche grazie alla storia d’amore con Linda (Meryl Streep, giovane ma già bravissima), luminosa ex ragazza di Nick, che sembra capire il suo dolore. Tuttavia Michael continua a sentirsi incompleto e decide di andare a cercare Nick in Vietnam, le conseguenze della guerra vengono portate all’estremo sia nel personale che nel collettivo, con orde di persone che cercano di scappare dal Paese. Nick rappresenta la loro parte che non se ne andrà più via dal Vietnam: l’innocenza, la spensieratezza e un possibile futuro pieno di speranze.
“Il Cacciatore” è un grande film che parla di una storia personale per arrivare a parlare di un’intera generazione e della natura umana. Qualcuno non tornerà e chi tornerà non sarà più come prima, Cimino decide di farci vedere la guerra nella sua crudezza e le conseguenze della guerra. La quantità di spettatori in sala,dimostra che abbiamo ancora bisogno di discutere sulle conseguenze della guerra, di analizzarla e di desiderare la pace, oggi come allora.

Informazioni su Giulia Pugliese 5 Articoli
Giulia Pugliese Scrittrice Educazione 2011 - Master in EUC Group & CEERNT European Project 2006/2010 - Laurea triennale in Cooperazione allo sviluppo Esperienze lavorative 2024 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online Odeon 2023 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online I-Films 2022/2023 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online Long Take Premiazioni Vincitrice del concorso di scrittura per la critica cinematografica over 30 indetto da Long Take Film Festival quinta edizione - 2023
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