Dune di Denis Villeneuve (2021)

di Tano Pirrone

Volevo dire soltanto che il film Dune non mi ha dato la minima emozione, il minimo fremito necessario fra spettacolo e fruitore. Zero: l’ho trovato, freddo, distaccato, glaciale. Villeneuve è bravo con le scene grandiose: le grandi costruzioni, le immense astronavi, i cortei di streghe nere giaietto su fondali grigi, ambienti claustrofobici… Non tutte le scene, in verità, ché alla fine le scene di guerra ghirigoreggiavano, che neanche i fuochi a Posillipo per la festa di San Gennaro.

Ho visto al mitico Detour il documentario Jodorowsky’s Dune del 2013, di Frank Pavich, lo abbiamo visto insieme ed eravamo felici di vedere un artista (allora ottantaquattrenne, oggi novantaduenne, che dio lo riguardi) ribollire di passione per la sua opera tentata, con follia e tenacia indomita, e non compiuta; abbiamo visto sbalorditi e ammirato la quantità di invenzioni sceniche, straordinariamente belle e appassionanti. Stasera le ho, in parte, riviste nel film di Villeneuve e mi sono rattristato: le invenzioni vulcaniche e folli del poeta cileno realizzate con glaciale perfezione industriale.

Villeneuve ha fatto il bis di quell’altro film succedaneo del capolavoro di Ridley Scott, Blade Runner, cui non basta aggiungere 2049 per farne un successore sullo stesso piano artistico e spettacolare. Ridley Scott e il suo film sono in un iperuranio irraggiungibile, e come angelo vola in quei cieli Rutger Hauer, nei panni del replicante Roy Batty, ricordando a noi tutti la caducità della vita:

«Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.»

Iperuranio irraggiungibile a questo punto per il canadese, che pure ci era parso grande costruttore di atmosfere, mondi, personaggi, storie, linguaggi e forme che ci hanno affascinato in Arrival di appena l’altro ieri, quel 2016, che sembra appena passato ed è già passato un lustro. Non ci siamo! Dov’è il regista straordinario di La donna che canta (Incendies) del 2010, l’ottimo concreto regista di Prisoners del 2013 e di Enemy e Sicario, rispettivamente del 2013 e del 2015?

Qualche parola voglio spenderla per il protagonista, gli altri attori si sa che ci sono perché stanno nei titoli di coda: sfido chiunque a scoprirli nei panni dei nostri successori di fra ottomila e rotti anni. Parlo di Timothéè Chalamet , nei panni scomodi di Paul Atreides (se lo sa Agamannoni so’ c…!): ci era piaciuto in Un giorno di pioggia a New York (diretto da Woody Allen nel 2019) e ci era rimasto totalmente insignificante nell’assai poco piaciuto Chiamami col suo nome di Luca Guadagnino (2017), Che devo pensare, se non che il bel giovanotto è molto influenzabile – e chiaramente influenzato – dalla personalità non solo artistica del regista che lo dirige. Che sia una buona qualità molti registi lo pensano, che per essere bravo, ci debba mettere molto del suo, come pensava e sempre fece Marlon Brando… vabbé!

Alla fine del film ho parlato con 4 delle sette persone che eravamo in sala; ho chiesto il loro parere: tutti, con leggere sfumature, hanno dato la stessa mia valutazione. Vorrà dire qualcosa?

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