Piccole zolle di umana quotidianità

di Letizia Piredda

What do we see when we look at the sky? (2021) di Alexandre Koberidze[1]

Non so se avete mai visto una scritta in lingua georgiana: è un misto di greco, cirillico, incomprensibile ma attraente, con un’eleganza tutta da scoprire. Beh il film di Koberidze è all’opposto: sembra lineare, comprensibile, esplicito, centrato sul quotidiano, ma pervaso da un’atmosfera magica che rende speciale ogni cosa.

Ma cosa vediamo quando guardiamo il cielo? Da un’intervista al regista, Alexandre Koberidze[2], sappiamo che la scelta del titolo del film è stata piuttosto laboriosa: sì perché il film si snoda su tanti diversi fili narrativi e qualsiasi titolo inevitabilmente avrebbe messo in primo piano un tema rispetto agli altri, e questo andava contro l’idea del regista secondo il quale tutti i contenuti sono importanti allo stesso modo. Allora si è ricordato che Messi, ogni volta che fa un goal (e ne avrà fatti almeno 200) guarda il cielo e ha pensato che questo poteva essere un titolo adatto: un gesto universale puntato verso qualcosa che non si può vedere e a cui ognuno dà un significato diverso.

Una fiaba, una storia d’amore che inizia[3] ma che subisce un arresto subito dopo per un incantesimo o una metamorfosi (il prezzo dell’amore?), rendendo i due protagonisti irriconoscibili, si perde poi in mille rivoli e in mille angoli della città di Kutaisi, si perché un altro dei fili narrativi importanti è proprio la città georgiana, e la quotidianità vissuta dai suoi abitanti. Ma non la quotidianità fatta di singole azioni staccate: è la matassa invisibile di piccole interazioni, di piccoli eventi che cooccorrono in uno stesso istante, che si intersecano e si contagiano. Zolle di quotidianità, con gli scambi di parole semplici che ogni giorno abbiamo con qualcuno, dove la cosa importante non sono le semplici parole che si dicono, ma come vengono dette: ed è questo che a volte può cambiare il ritmo di una giornata. Le cose della routine che definiamo magiche. Una quotidianità dove il trascurato o il dato per scontato sono al centro della scena. Poi ci sono gli animali, i cani e i gatti randagi che si incontrano nelle strade, o nel verde della città, i cani che vogliono vedere la partita di calcio! Infatti la vita di Kutaisi è scandita da due grandi amori: l’amore per il cinema e l’amore per il calcio che si intrecciano indissolubilmente, disegnando gruppi di adulti o di bambini che si compongono e si scompongono in un modo così armonico da assomigliare a dei gruppi scultorei.

Alcune scene del film: What do we see when we look at the sky? (2021) di Alexandre Koberidze

Non c’è uno stile unico nel film: il classicismo e lo sperimentalismo compaiono in uguale misura, guidati da una voce narrante che descrive, racconta la storia della città, e poi diventa molto personale fino a diventare l’io narrante del regista. Interagisce giocando con il pubblico, ad esempio quando ci chiede di chiudere gli occhi a un segnale acustico e di riaprirli a quello successivo. E poi, subito dopo, una scena si chiude in un iride che si fissa in alto per poi riaprirsi con un’altra scena, in modo ellittico. La musica è così varia quanti sono i contenuti, classica, pop, jazz, folk ma non è mai staccata e mai di commento, si integra perfettamente e interagisce con i contenuti, è una musica sottile ma di grande intensità: spesso assomiglia alla musica dei film muti, oppure in un crescendo si fa protagonista o cornice di una scena.

Viene in mente la Nuovelle Vague: Romher, Truffaut, Godard ma anche Wong Kar-wai per i colori e la fotografia impressionistica. A volte la mdp torna sullo stesso luogo dopo una scena, ad esempio l’uscita da scuola con tutta la folla di bambini e genitori che parlano chiacchierano si chiamano ridono strillano, come per raccogliere l’eco di quel microcosmo per farlo durare e assorbire meglio…

Può sembrare lento il ritmo del film, ma se guardiamo bene non riusciamo a stare dietro alla miriade di cambiamenti che opera man mano con una fotografia a impronta impressionistica.

Ma l’attesa per la storia d’amore non ci lascia mai anche perché i protagonisti continuano a vedersi senza riconoscersi. Bellissimo l’escamotage finale con cui viene spezzato l’incantesimo che pone fine alla suspence che rimane intatta per tutto il film.


Note

[1] Il film è stato presentato al festival di Berlino, 2021 ed è visibile su MUBI

[2] Uno dei registi tra i più rappresentativi del nuovo cinema georgiano

[3] Non vediamo i volti dei protagonisti, ma solo i piedi: l’innamoramento è qualcosa di così privato e profondo che il regista preferisce lasciare questo attimo nel fuori campo, dove l’immaginazione può più dell’immagine. Alcuni hanno interpretato questa scena un richiamo a Hitchcock “Strangers on a train” dove l’incontro delle scarpe precede quello tra i due protagonisti.

Informazioni su Letizia Piredda 142 Articoli
Letizia Piredda ha studiato e vive a Roma, dove si è laureata in Filosofia. Da diversi anni frequenta corsi monografici di analisi di film e corsi di critica cinematografica. In parallelo ha iniziato a scrivere di cinema su Blog amatoriali.
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