Un oceano di distanza per la malinconia della separazione

di Letizia Piredda

Rigoroso e poetico questo film, Gli oceani sono i veri continenti, 2023[1], esordio alla regia di Tommaso Santambrogio, una riflessione sul tema della separazione raccontata attraverso tre storie, che abbracciano tre prospettive temporali differenti.
Alex e Edith, due giovani teatranti sui trent’anni, vivono la loro relazione fatta di piccoli gesti quotidiani, ma venata di malinconia per la separazione imminente; Frank e Alain, due bambini di nove anni, vanno a scuola e sognano di emigrare insieme negli Stati Uniti per diventare giocatori di baseball professionisti. L’anziana Milagros, la memoria storica del luogo, rispolvera vecchie foto e rilegge vecchie lettere di suo marito dall’Angola, da dove non è più tornato. Le storie si svolgono a San Antonio De Los Baños, un paesino dell’entroterra cubano; i personaggi, tutti attori locali, sono ripresi spesso in campo lungo e con camera fissa. Su tutti, però, aleggia lo spettro della separazione, dovuta alla grande piaga della società contemporanea cubana: la crisi migratoria.

E’ una Cuba in bianco e nero quella del film, spogliata della distrazione del colore, per eliminare tutti gli orpelli caratteristici dell’immaginario europeo di Cuba, vista sempre come un’isola felice dai colori sgargianti. Un bianco e nero per dare maggiore risalto all’umanità dei personaggi e aumentare la percezione di atemporalità e di sospensione storica.
Un bianco e nero che si rifa in parte a Roma di Alfonso Cuaron,  e  a C’mon C’mon di Mike Mills e che ha trovato la sua risoluzione con un contrasto che lavorasse meno sul bianco brillante e più su una certa pasta poetica.
Il tema della separazione, la crisi migratoria si condensano nello sguardo nostalgico di chi resta, come un velo sull’oceano per raggiungere un altrove che non si vede. Tra chi resta e i propri cari si frappone un oceano di distanza…
E questa sensazione dell’altrove aleggia costantemente per tutto il film: in realtà si parla del mare, dell’altrove del mare, dell’orizzonte, si parla di una separazione, di una migrazione ma senza mai vederla se non nel momento finale, quando Edith guarda la foto-lettera mandata da Alex.
Ma se il mare non si vede, nei meandri del film c’è un enorme lavoro, a livello del suono, che richiama il mare, come il lavoro sull’ondosità dei suoni, e su vari stimoli che non vediamo.

Alcune immagini del film

La presenza delle piogge continue, poi, amplifica ulteriormente la caratteristica atmosfera dell’opera, il senso di lacerazione e di struggimento che pervade tutto il film.
Fino all’introduzione di uno spettacolo di marionette, richiamo a Kieslowski ne La doppia vita di Veronica, 1991, che parla a sua volta di affetti lontani portando il film ad un alto lirismo, quasi un film dentro al film, che si sposta ad un livello metacinematografico e metateatrale.

Sullo sfondo decadente  di una Cuba nostalgica, una Cuba ferma nel tempo dove tutto sembra sospeso immobile, dove la voglia di cambiamento si fronteggia con il desiderio che nulla cambi, campeggia Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa che Edith regala ad Alex, dopo un percorso circolare  dentro l’habitat di San Antonio De Los Baños, i personaggi del film si ritrovano nel crocevia della stazione: chi parte, chi resta, chi aspetta un marito che non ha più fatto ritorno, chi immagina una partenza futura, tutti avvolti nella nebbia malinconica di un distacco.

[1] Film di apertura delle Giornate degli Autori a Venezia 80

Informazioni su Letizia Piredda 173 Articoli
Letizia Piredda ha studiato e vive a Roma, dove si è laureata in Filosofia. Da diversi anni frequenta corsi monografici di analisi di film e corsi di critica cinematografica. In parallelo ha iniziato a scrivere di cinema su Blog amatoriali.
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Daniele

Ottimo commento che ti fa partecipare al film anche da casa! Brava Letizia continua così! Daniele