Rear window: un’ipotesi ardita

la finestra sul cortile

a cura di Letizia Piredda

Calasso [1] parte da una frase di Hitchcock a proposito di Rear window[2]:
è totalmente un processo mentale, condotto attraverso mezzi visivi
e inizia la sua riflessione: rispetto a questa affermazione: non è molto chiaro cosa volesse dire soprattutto con quel totalmente. Guardiamo il film.

IScena iniziale di Rear Window, 1954

E poi procede con un’analisi molto stimolante che riporto qui di seguito.

“La prima inquadratura ci fa vedere una tenda semitrasparente e avvolgibile di bambù che si solleva davanti a una finestra poi un’altra poi un’altra ancora. E’ come se la cortina di opacità che normalmente avvolge la mente e la rende inconsapevole di se stessa a poco a poco si dissolvesse. Che cosa appare allora? Non il mondo ma il cortile: predisposto come un edificio mnemotecnico, dove la parete di mattoni sbiaditi fa da supporto ai loci [3], che sono le varie finestre. Qui si manifesta la fondamentale invenzione visiva del film: le immagini che vediamo all’interno della cornice delle singole finestre (la ballerina, il musicista, Cuore Solitario etc sono a un altro livello di quello che vediamo nel cortile o nella stanza del fotografo. Quelle immagini rettangolari non sono reali, sono iperreali…Ci domandiamo dove siamo veramente e ci chiediamo se la finestra del fotografo non dà come tutte le finestre su un esterno, ma, lo dice il nome stesso rear window[4] è una finestra che si apre su ciò che perennemente sta dietro il mondo: il teatro di posa della mente.
Quindi c’è l’occhio di un fotografo (l’occhio per eccellenza) con una gamba ingessata. Di lato al cortile c’è un vicolo che dà sulla strada. La strada è il mondo com’è ma la notiamo solo per pochi istanti quando Grace Kelly o Cuore solitario o l’assassino vi si avventurano. Tutto il resto si svolge all’interno di una mente, tra l’occhio del fotografo e i suoi fantasmi.”

Mi sembra un’ipotesi molto ardita, ma anche coerente con l’affermazione di Hitchcock, e, quindi, possibile. E al di là della sua veridicità o meno, mi piace il modo di procedere del suo ragionamento: l’analisi di una scena, il collegamento tra quello che vediamo e l’ipotesi di una rappresentazione mentale. E’ reale il cortile? Sicuramente fa parte a sè, staccato dal mondo che intravediamo per alcuni istanti attraverso il vicolo. E le finestre sono reali? si ma potrebbero anche appartenere come dice lui a un edificio mnemotecnico, di cui formano i loci . E quello che vediamo è reale? i personaggi, la storia incentrata sull’uomo che uccide la moglie, e tutta la tensione nel cercare di inchiodarlo?
Forse però quello che manca è un segnale finale che si ricongiunga a quello iniziale: le tende che si alzano una dopo l’altra, all’inizio, richiederebbe una scena finale in cui le tende si abbassano una dopo l’altra. Resta però comunque la suggestione che tra quello che vediamo realmente e quello che immaginiamo non ci sia una una grande distanza.

Sono andata a rivedere il finale: beh prima si vede lui addormentato con tutte e due le gambe ingessate e con accanto la sua futura moglie, e poi un’unica tenda che si abbassa.

Scena finale di Rear Window, 1954

E allora?


Note

[1] Roberto Calasso. Allucinazioni americane. Adelphi, 2021

[2] Rear Window, titolo italiano La finestra sul cortile, Hitchcock, 1954

[3] La teoria dei loci, detto anche “palazzo della memoria“, è una tecnica mnemonica in cui gli elementi da ricordare sono collegati a luoghi fisici.

[4] Piccola nota editoriale: ogni volta che scrivo window devo stare attenta a non mettere la “s” , piccola deformazione professionale…!

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