L’ombra di Caravaggio, 2022 di Michele Placido

di Tano Pirrone

Già nel titolo del suo quattordicesimo film Michele Placido punta ad esaltare l’ambiguità di quel periodo storico e della vita dei protagonisti, col duplice significato del soggetto, ombra: l’inquisitore che, per comando di Papa Paolo V Borghese, seguì Caravaggio per anni come un’ombra, appunto, pedinandolo dovunque, al fine di raccogliere le prove delle sue colpe di uomo e di artista; e ombra come oscurità cosmica, nero assoluto e vitale da cui Il Maestro trasse le sue rappresentazioni pittoriche, strappando i suoi personaggi alla retorica imperante per consegnarle per sempre alla storia dell’Arte, dell’Umanità, sottraendo la verità degli uomini alle tenebre dell’ignoranza, della subalternità e dell’abbandono.

Neanche trentanove anni completi visse il pittore Merisi da Caravaggio, giovane borghese lombardo, cresciuto in fretta e bruciato da una vita ribelle in un mondo in cui, dopo la devastante scissione luterana, un susseguirsi frenetico di pontefici romani (ben nove accompagnarono la brevissima vita del pittore) diede avvio e continuazione al vasto, profondo e impegnativo progetto cattolico della Controriforma, che nel suo rigore controrivoluzionario, non lasciava spazio alcuno a intemperanze, devianze, libere interpretazioni. La Chiesa romana aveva tremato e la spietata rigidità del controllo dei comportamenti portò papi come Paolo V, che, pur encomiabile per le opere intraprese e portate a termine per fare di Roma una grande città all’altezza dei tempi, e del ruolo messianico della Cristianità, fu senza cedimenti nella repressione degli eccessi e di tutto ciò che minacciasse l’integrità e l’assolutezza della religione cristiana.

Di questa doppiezza è tutto impastato il film la cui sceneggiatura, a parte Placido (perché riceve gli input della Produzione e deve puntualmente trasferirli in sede di elaborazione del plot e dello script), a parte il giovane Fidel Signorile, si tiene solidamente insieme per merito e virtù di uno dei migliori sceneggiatori italiani di sempre: Sandro Petraglia. Qualunque cenno alla sua opera è inutile in questa sede, spero di trattarne in altra, citando tutto quello che c’è da citare.

La vita di Michelangelo Merisi è sezionata minutamente e riportata con approssimazione comprensibile, trattandosi non di un docufilm ma di un’opera creativa in immagini, in cui la storia, i luoghi, i personaggi sono necessariamente “romanzati”, avvolti, cioè, in una confezione che ampli la platea del pubblico e assicuri un remunerativo ritorno economico. La produzione franco-italiana o (per gli intransigenti nazionalisti) italo-francese mira ad avere un mercato ampio e quindi chiede un film godibile, dai molti e diversi sapori, anche contrastanti (l’amaro e il dolce convivono con lo sciapo e il salato, il piccante con l’insulso), insomma un’opera pop! In Treccani non c’è nessun retro significato negativo nel termine ed io, ugualmente, lo uso senza sottolineature negative: capacità di lettura per ampi strati di fruitori.

Senza se e senza ma, allora?

Semmai ci dichiariamo ideologicamente un po’ scontenti del finale. Vero è che sulla fine del pittore non si hanno notizie certe: chi lo dà morto di malaria, chi di tifo, chi avvelenato dalle sostanze usate per dipingere, chi “giustiziato” da sicari agli ordini dei Cavalieri di Malta, chi lo vuole morto a Palo, chi a Porto Ercole, chi indica la sua sepoltura a Civitavecchia. Coerentemente con l’assunto iniziale, regista e sceneggiatori lo fanno morire per mano di sicari comandati dall’ombra. Decapitato, infine – esattamente come lui aveva sempre temuto di finire – e gettato in mare perché la terra dei papi non lo conservasse neanche da morto. Dieci anni prima fine analoga aveva fatto Giordano Bruno, prima bruciato vivo a Campo de’ Fiori e poi disperso in cenere nel Tevere.

Però non gliela avremmo mai data vinta al Papa, almeno a quello.

Il cast è farcito di ottimi attori, che conferiscono prestazioni adeguate impedendo di sprofondare nella gora dell’iperpop. Oltre lo stesso regista che veste i rossi panni del cardinal Del Monte, un po’ stolido e un po’ checca, danno fasto alla storia Louis Garrel, un’ombra un po’ ingessata; un’Isabelle Huppert, cui nessuno aveva detto che il Papa sta in Vaticano e non a Versailles; un’ottima Michela Ramazzotti estrosa senza fare la matta; Vinicio Marchionni poco a suo agio, scolastico; Maurizio Donadoni papale al 100%. Il Giordano Bruno cui ha dato spoglie terrene Gianfranco Gallo ci è parso più matto che rivoluzionario, e nostalgico il Moni Ovadia che incarna il futuro santo Filippo Neri. Su tutti, in due o tre brevi scene Alessandro Haber: homeless affamato e rincoglionito fatto San Pietro [1]: magnifico!

Alcune immagini del film

Al protagonista, Riccardo Scamarcio, voglio dedicare alcune righe a parte, confermando
che apprezzo molto la maturità raggiunta con le ultime opere che ho visto: Tre piani di
Moretti (2021), L’ombra del giorno (2022) e quello di cui scriviamo, tutti diretti da grandi
registi che ci hanno mostrato un attore pronto, immedesimato, misurato (sì, misurato!) che
va a segno. Complimenti, dire ogni tanto no, favorisce la crescita. Nel caso di Caravaggio,
poi, l’indole e la disturbante somiglianza fisica hanno contribuito a fornire una prova di
grande efficacia.

Di tutto ciò ha merito grandissimo il grande uomo di cinema e teatro, che ci ha accompagnato in questo mezzo secolo abbondante in oltre duecento partecipazioni fra cinema, teatro tv e regia: Michele Placido, l’imbranato Paolo Passeri di Marcia trionfale (Marco Bellocchio, 1976), che non ha mai abbandonato la sua aria disincantata, anzi con l’età ci marcia! Bravo nelle scene affollate da plebe meno brava, ottimo nei tableaux vivants, nei chiari e negli scuri (anche se non ci voleva molto, con la perizia e l’esperienza di Franco Di Giacomo, che ha curato la fotografia, ma la bravura consiste nel sapersi scegliere i collaboratori giusti); nelle simmetrie caravaggesche, e bravo, già detto, nel cammeo del cardinale Del Monte.

Ultimo merito del film: creare una gran voglia di rivedere dal vivo i quadri del rivoluzionario Merisi, senza trasvolate, lentu pede, da San Luigi dei Francesi a Sant’Agostino a Santa Maria del Popolo, da Palazzo Barberini alla Galleria Doria Pamphilj, dalla Galleria Borghese ai Musei Vaticani a Palazzo Corsini. E nell’intrecciarsi degli itinerari, fermarsi a salutare il Nolano Matto, Fra’ Giordano Bruno, che vide con Galileo e Copernico il vero volto del Mondo e per questo furono dannati in vita.

Ma hanno, poi, da morti, vinto loro, e, con loro noi, ognuno di noi.

Note

[1]  Trattasi del quadro La Crocifissione di San Pietro, ospite della Basilica di Santa Maria del Popolo, in Roma, insieme con l’altro capolavoro La Conversione di San Paolo.

Informazioni su Tano Pirrone 88 Articoli
Sono nato in provincia di Siracusa, a Francofonte, l’antichissima Hydria dei coloni greci, quaranta giorni prima che le forze alleate sbarcassero a Licata. Era il 14 maggio 1943. Ho frequentato il liceo classico, ma non gli studi per giornalista, cui ambivo. Negli anni ’70 ho vissuto due lustri a Palermo, dove ho lavorato in fabbrica, come impiegato amministrativo- commerciale. Nel 1981 mi sono trasferito a Roma per amore di Paola, oggi mia moglie. Sono stato funzionario commerciale e Project Manager nel Gruppo Marazzi. Infine consulente d’azienda per Organizzazione Aziendale e Sistemi Qualità. Curo le piante della mia terrazza, vedo gente, guardo film e serie tv, vado a cinema e a teatro, seguo qualche mostra; leggo, divagando e raccogliendo fior da fiore, e scrivo di cinema, libri e teatro per Odeonblog; di altre cose per me stesso. Ho pubblicato anche su Ponza Racconta, Lo Strillo, RedazioneCulturaNews ed altri siti di cinema e teatro. Ho due figli, Francesco e Andrea, ed avevo un cane, Bam, che sta sempre con me dovunque io vada. Sono faticosamente di sinistra; sono stato incendiario ed ora dovrei essere ragionevolmente pompiere.
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