Tre piani

di Tano Pirrone

Dopo un commento a caldo che potete leggere qui ecco la recensione completa sul film.

Dimenticata Mancuso, torniamo a scrivere dell’ultimo film di Nanni Moretti, che abbiamo rivisto, sempre al Mignon, da soli, in una comodissima visione pomeridiana, senza tema di improvvisi attacchi di sonno o altra qualsivoglia distrazione. Forti dal conoscere il film, le sue sequenze, la trama e i personaggi, ci siamo potuti dedicare maggiormente alla sceneggiatura e alle scenografia, ai dialoghi, ai particolari, insomma, che in una prima visione possono sfuggire ma che spesso sono il nerbo, il carattere del film stesso.

Per la prima volta in carriera Nanni Moretti, nel suo tredicesimo lungometraggio, non si è avvalso di una sceneggiatura originale, ma si è basato sul notissimo omonimo libro dello scrittore israeliano Eshkol Nevo. Abbiamo letto le due interviste rilasciate dall’autore del libro, una brevissima a Vanity Fair[1] ed una più ampia, ma in gran parte dedicata alla vaccinazione anti Covid e ai nostrani No-vax. Nella prima, Nevo ha detto fra le altre cose: «Credo che la regia sia affascinante e gli attori siano davvero bravissimi. C’è qualcosa di molto forte nel loro modo di recitare: hanno reso più solide e reali delle caratteristiche dei personaggi che nel libro erano rimasti solo degli sketches…»

Potrebbero essere riconoscimenti di circostanza, ma crediamo che nella sostanza Moretti non si sia poi tanto scostato dal romanzo e, grazie all’esperienza e al suo sguardo capace di guardare un po’ più lontano dal momento corrente e un po’ più nell’interno dei fatti che accadono e dei presagi che lasciano filtrare, sia riuscito a raccontare le storie intrecciate di quattro famiglie cresciute attorno ad un comune elemento statico: un palazzo di tre piani, a Tel Aviv nel romanzo, nel quartiere Prati a Roma. Quattro famiglie, i cui destini nell’arco di dieci anni inevitabilmente s’intrecciano, dando forma a dolori, mancanze, assenze, colpe. Quattro famiglie borghesi, educate, colte, che abitano altrettanti appartamenti che riproducono perfettamente ognuno le caratteristiche della famiglia che li abita.

Vittorio e Dora (due magistrati, seri, integerrimi, dediti al lavoro, con abitudini rigorose, “puritane”), hanno un unico figlio grande, insoddisfatto, insofferente, Andrea (Alessandro Sperduti), da cui si innesca il serpaio che dà forma al film.

Lucio (Riccardo Scamarcio), architetto, con la moglie Sara (Elena Lietti), avvocato, e Francesca, la figlia di sette anni.

Giorgio (Adriano Giannini), un tecnico che lavora su una piattaforma petrolifera ed è spesso assente, anche per lunghi periodi, e Monica (Alba Rohrwacher); nei primi minuti di film poco dopo l’incidente cruciale, arriva la nascita della primogenita, cui, a dieci anni dal primo parto si aggiungerà un maschietto. Giorgio ha un fratello, Roberto (Stefano Dionisi), con cui ha rotto i rapporti da tempo, titolare di un’attività immobiliare, che finisce in modo fallimentare, trascinando nel dramma intere famiglie di risparmiatori. Scopriamo che è l’unico che non ha “redenzione”, la conquista, insomma, di uno stato di riscattata libertà morale.

Renato (Paolo Graziosi) e Giovanna (Anna Bonaiuto), anziana coppia di borghesi colti (si vede spesso nel loro salone il mobiletto con l’Enciclopedia Treccani e l’arredamento è serio, formale); hanno una figlia ed una nipote che abitano a Parigi; la nipote, minorenne, si chiama Charlotte ed è, da canone, bellina e insicura.

L’innesco della narrazione è un omicidio stradale di cui Andrea, il figlio della coppia di magistrati, si rende responsabile, guidando ubriaco. Scopriamo che dietro l’instabilità di questo giovinotto c’è un’infanzia in cui lui ha sofferto il rapporto con i genitori, sentendosi sempre sul banco di imputato. Rimane il dramma di cui è pienamente responsabile e che i genitori nella loro posizione non possono modificare mediante intrallazzi di nessun tipo: Andrea è colpevole e deve pagare; ma Andrea si rende anche colpevole di aggredire il padre, colpendolo a terra con numerosi calci. La scena in cui Andrea picchia selvaggiamente il padre è di massima centralità: è chiamato in causa uno dei principi fondamentali della nostra cultura giudaico – cattolica, quel “comandamento” di onorare il padre e la madre; questo e gli altri comandamenti “civili” sono alla base della civiltà occidentale, insieme con principi, regole e norme proveniente dalla cultura greca e da quella romana. Andrea, va in carcere e ci rimane cinque anni.

Lucio ha lo studio a piano terra, dentro cui l’auto condotta in stato di ubriachezza da Andrea, s’infila, buttando giù la parete esterna in vetrocemento. Lui e la moglie Sara sono soliti, se hanno bisogno, lasciare la piccola Francesca ai dirimpettai (abitano sullo stesso piano), Renato e Giovanna, che, anziani, soffrono la lontananza della nipote e ospitano con piacere, di tanto in tanto, la piccola Francesca. Renato è espansivo e fa da cavalluccio a quattro zampe per divertire la bambina. Un pomeriggio Sara è prigioniera del traffico di Roma e Lucio ha il suo turno in palestra: lascia allora Francesca armata di carta e colori da Renato (Giovanna non c’è) e va. Al termine del suo turno, una telefonata lo raggiunge: Sara lo avverte che Renato e Francesca sono inaspettatamente usciti e non si sa che fine abbiano fatto. Vengono ritrovati da Lucio in un giardinetto in cui di solito Lucio porta a spasso la figlia: il vecchio Renato è a terra, visibilmente in stato di shock, con i pantaloni bagnati di urina e la testa poggiata sulle gambe di Francesca. Lucio sembra impazzire, invaso dal sospetto che l’anziano abbia potuto in qualche modo approfittare della bambina. È ossessionato da questa idea e in occasione di una visita in ospedale, dove Renato a causa dello shock è stato ricoverato, lo maltratta. Renato muore dopo pochi giorni, durante i quali Charlotte seduce – senza eccessiva fatica – Lucio. L’amplesso ha echi buñueliani ed è penosamente banale. Il fatto viene gridato in faccia alla coppia Lucio e Sara durante il funerale di Renato e di lì a poco, Lucio viene denunciato per violenza carnale. Il processo, lungo quanto la media italiana, cinque anni, vede riconosciuta l’innocenza di Lucio. Ma nel frattempo il rapporto con Sara si deteriora e il passo dal dormire sul divano a cercarsi un’altra abitazione è breve. Separati, ma sempre vicini e affettuosi, stimolati in ciò dall’affetto per Francesca, che nel frattempo è diventata una bella adolescente, che studia danza classica con evidenti buoni risultati.

La nonna Giovanna, vendicativa a causa del trattamento subito da Renato, la figlia e la nipote Charlotte decidono di presentare appello alla sentenza di primo grado. La decisione viene poi ritirata per volontà di Charlotte, che riconosce il peso della sua volontà nell’amplesso avuto con Lucio, accecata dal trasporto che covava nei suoi riguardi sin da bambina. Charlotte ora è grande, matura, bella e decisa a lasciare nel passato ciò che nel passato deve rimanere. Porta via a Parigi tutti i mobili dell’appartamento dei nonni; nell’ultima scena girata nell’appartamento che era stato di Renato e Giovanna e in cui Francesca, bambina innocente, aveva giocato con divertimento con Renato, Francesca ormai pronta per partire per andare a studiare per un anno in Spagna si aggira riandando a quei tempi ormai lontani; nel salone ormai vuoto, un unico mobile: la libreria con tutti volumi della Treccani. Un segnale per ricordare chi erano le persone che ci abitavano e che la frequentavano, la loro condizione.

La terza famiglia motore delle vicende del condominio romano nel quartiere borghese di Prati dove Nanni Moretti trasferisce, per competenza, la vicenda pensata per la vivace e “razionalista” Tel Aviv, è quella composta da Giorgio (Adriano Giannini) e Monica (Alba Rohrwacher): abitano l’appartamento con mobili più commerciali, con meno storia. Monica ha una mamma, ricoverata per disturbi mentali e lei, soprattutto dopo il primo parto, teme, prima, e constata, poi, che anch’essa, come la madre sia destinata ad una forma di alienazione: il corvo che di tanto in tanto viene a trovarla nel tinello, non è evidentemente partecipe della realtà circostante, ma la proiezione di turbe insorte lentamente e con il parto della piccola manifestate, fino all’aggravarsi finale dopo il secondo parto, proprio all’altro terminale della storia, che inizia con una morte ed una nascita, ma si conclude con due nascite, il saldo è positivo.

Nanni giuoca pian piano senza fretta le sue carte, con accortezza, mestiere, benevolenza e speranza. Nel soggiorno di Monica e Giorgio è appeso un grande quadro, bianchi accecanti e nero giaietto: figure, ombre piuttosto, che di spalle, lentamente si avviano verso oscuri caseggiati; un’ambientazione classica da fantascienza apocalittica; più il là, sulla destra, sulla stessa parete, un quadro più piccolo: su un fondo marrone, a carboncino delle figure umane di spalle, stilizzate, a capo chino… Anche questa casa parla del suo destino, che sarà Monica a determinare, scomparendo un giorno, lasciando il neonato sul letto, la porta aperta, il marito e la figlia sgomenti… L’assidua frequenza di Alba Rohrwacher in ruoli border line è una garanzia di assoluta qualità rappresentativa: nessuno riesce a dare il senso di vuoto interiore, di caos calmo, di deterministico sviluppo degli eventi, come lei… e nessuna riesce a sorridere, a schiudere un sorriso, spesso amaro, con la stessa innocente pudicizia, di lei. La scena sognata di lei stesa sul letto con il cognato Roberto vicino e il loro immaginario colloquio di reciproca concertata seduzione è un brano di bravura autoriale e attoriale di altissimo valore.

La famiglia perno dell’intreccio di storie è la famiglia dei magistrati e del figlio unico, inquieto, ribelle, che uccide pur senza volontà una donna innocente, di cui il marito dopo dieci anni piange ancora l’assenza e nega il perdono, non sentendosene ancora capace.

È nei fatti, e per esplicita dichiarazione dell’autore israeliano, una storia basata sul perdono, sulla forza di chiederlo e sulla capacità del concederlo. Solo una volta, però si parla di perdono, ed è il marito, cui è stato sottratto amore e compagnia, che confessa di non sentirsi ancora in grado di concederlo; ne parla, apprezza lo sforzo di Andrea di incontrarlo in qualche modo, per poi rifiutarlo, allontanarlo. Nel contesto si sente parlare solo di scuse, che si chiedono, di norma, se il danno o l’offesa arrecati sono di poca rilevanza; la persona offesa o danneggiata può, naturalmente, accettare o rifiutare le scuse. Se il danno o l’offesa arrecati sono di grande entità e soprattutto se non è più possibile porre rimedio al danno, si chiede il perdono, che è la cessazione del sentimento di risentimento nei confronti di un’altra persona; è quindi un gesto umanitario con cui, vincendo il rancore, si rinuncia a ogni forma di rivalsa di punizione o di vendetta nei confronti di un offensore. Non sempre è possibile…

Dora è giustamente protettiva nei confronti del figlio di là del merito, ma questo non la ostacola nell’essere anche “giusta”, accettando di non lasciare il marito (di fatto va a trovare il figlio in carcere, ma smette perché questi non accetta di incontrarla).

Il piccolo mondo stratificato ha relazioni complesse, conflittuali, conosce le gioie e i grandi dolori: della morte, della fuga senza spiegazioni, dell’allontanamento, del carcere, della solitudine. Conosce le piaghe del rimorso e le grandi gioie della riconciliazione, la luce dell’alba e le promesse del nuovo giorno. Accompagna i propri morti, celebra anche le scomparse per allontanamento, ma ha la forza magnifica di riconoscersi nei propri figli, che abbiano o non abbiano colpe, innocenti o carichi di colpe non sempre soltanto loro. Sappiamo che sbaglieranno anche loro, che inciamperanno, che subiranno solitudine e frustrazione, sappiamo, insomma, che vivranno, nel loro tempo portando i ricordi, le ferite, le gioie piccole ed infinite.

Nanni cerca le parole per dire e non dire, poi sa che nei suoi ricordi ci sono emblemi, che tutti dovremmo ricordare e chiude con i danzatori per le strade del quartiere Prati, là dove avevano sperato i girotondini, mano nella mano, fra sconosciuti, uniti da una comune speranza di un mondo migliore, non tanto, quel poco che lo rende il posto giusto per vivere, amare e riconoscere se stessi negli altri.

Grandi, piccoli, giovani e anziani, tutti i protagonisti sono ad un livello perfettamente adeguato al film, coerenti con la ruvidezza dell’argomento e delle situazioni: tutti contribuiscono al meglio, senza eccezioni; riconosciamo la qualità di un lavoro corale e d’intesa, che ha permesso una recitazione coerente con la storia che veniva raccontata. Chi cercava la recitazione calligrafica è rimasto deluso e non sapendo con chi prendersela se l’è presa con i bambini, criticando. Noi riteniamo i bambini e i giovani stupefacenti esempi di immedesimazione nella storia: il loro contributo è stato decisivo.

Come e con chi è arrivato al risultato Moretti? Al soggetto, basato sul romanzo di Nevo, hanno lavorato lo stesso Moretti, Federica Pontremoli e Valia Santella, che firmano anche la sceneggiatura (il cui merito maggiore è stato di trasformare tre storie separate in una sola storia coesa, introducendo delle interazioni tra i vari personaggi); fotografia di Michele D’Attanasio; montaggio di Clelio Benevento; musiche di Franco Piersanti; scenografia di Paola Bizzarri; costumi e trucco, rispettivamente di Valentina Valiani e Sonia Cedrone. I produttori sono stati Moretti e Procacci. Le case di produzione la Sacher Film, Fandango, Rai Cinema e Le Pacte (Francia). La distribuzione in Italia: 01 Distribution.

Adesso dobbiamo lasciarvi, fra poco, al Mignon, sotto casa, inizia Drive my car del regista giapponese Ryûsuke Hamaguchi, basato sull’omonimo racconto della raccolta Uomini senza donne del superbo scrittore Murakami Haruki (Einaudi, 2015).


Note

[1] Intervista a Eshkol Nevo

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